La Terapia Cognitivo Comportamentale

è il primo approccio in psicologia a fondarsi sui risultati delle ricerche scientifiche (evidenced based). Sono stati condotti studi che dimostrano la sua efficacia nel trattamento dei disturbi psicopatologici e i risultati vengono mantenuti anche dopo la conclusione della terapia.

Questo metodo tiene in considerazione la relazione tra i comportamenti, i pensieri e le emozioni per comprendere il disagio emotivo riportato dai pazienti e mira a identificare i modi disfunzionali di pensare, a modificare le convinzioni irrazionali e/o i comportamenti disadattivi.

Fondamentale è la relazione terapeuta-paziente che insieme, focalizzandosi sul presente, cercano di individuare il problema ma soprattutto le possibili soluzioni per alleviare la sofferenza emotiva che ne deriva. Nel corso della terapia, dopo una prima fase di conoscenza e valutazione del disturbo psicopatologico riportato, il terapeuta si impegna a insegnare al paziente tecniche e strumenti utili ad affrontare le sue difficoltà e a promuovere il cambiamento dei pensieri irrazionali, delle emozioni disadattive, dei comportamenti disfunzionali o, quando questo non è possibile, la loro accettazione. Il paziente ha quindi un ruolo attivo, dovendo costantemente mettere in atto le abilità di coping che apprende nel corso della terapia.

E’ considerata una terapia relativamente breve (la durata media non supera l’anno) ma viene adattata alle esigenze del paziente; è stata inoltre dimostrata un’efficacia a lungo termine.

Il concetto di Mindfulness

che oggi viene utilizzato in ambito psicologico, deriva dalla tradizione buddhista, dalla quale si è poi distaccato in modo che chiunque possa avvicinarsi alla pratica in modo laico e non obbligatoriamente filosofico o spirituale. La meditazione così intesa indica un prestare attenzione in maniera focalizzata al “qui e ora”, per arrivare ad avere una maggiore consapevolezza delle proprie emozioni, delle sensazioni, dei pensieri, delle azioni, ecc.

Numerose ricerche hanno evidenziato che con soli 20 minuti di pratica quotidiana si possono ottenere innumerevoli benefici, anche se ovviamente questi benefici aumentano incrementando il tempo dedicato alla meditazione. Gli effetti positivi sono:

  •  miglior gestione delle emozioni e dello stress;
  • aumento dell’attenzione e della concentrazione;
  • diminuzione dei tempi di risposta di fronte agli stimoli;
  • aumento delle capacità empatiche;
  • cambiamenti nella percezione del dolore;
  • rallentamento dell’invecchiamento cellulare;
  • miglioramento delle funzioni del sistema immunitario.

Ma come si medita?

Meditare non significa avere la mente sgombra dai pensieri, rilassarsi, isolarsi dal mondo circostante, andare in trance, bloccare o seguire in modo particolare i pensieri. La mindfulness è focalizzare l’attenzione sul respiro e lasciare che i pensieri fluiscano liberamente; se ci si distrae e si comincia a seguire il flusso dei propri pensieri non bisogna giudicare sé stessi ma riportare con gentilezza l’attenzione sul proprio respiro. Generalmente si sceglie il respiro perchè è qualcosa che è sempre con noi, pratico e comodo, ma esistono esercizi di meditazione che fanno focalizzare l’attenzione sulla musica, sui suoni, sul cibo e così via.

Assumere un atteggiamento acritico e lasciare fluire i propri pensieri permette di distaccarsi da essi, osservarli senza farsi trascinare e invischiare in un turbine che spesso è la causa del malessere psicologico che affligge molte persone. Questo è il motivo per cui sempre più spesso la meditazione viene utilizzata in abbinamento a molti trattamenti psicoterapeutici.

Il Training Autogeno

è un insieme di esercizi rivolti a diversi distretti corporei, con lo scopo di raggiungere un complessivo stato di rilassamento fisico e psichico.

Fa parte delle tecniche di rilassamento ed è stato ideato negli anni ’30 da Johannes Heinrich Schultz a partire da alcuni studi fatti sull’ipnosi.

Mente e corpo sono strettamente collegati tra loro e si influenzano reciprocamente, quindi alcuni fattori che viviamo come fonte di stress (un trasloco, cambiare lavoro, una separazione) possono avere delle conseguenze sia mentali (ansia, preoccupazione, sfiducia, paura), che corporee (difficoltà ad addormentarsi, aumento dell’appetito, reflusso gastrico, tachicardia, cefalea). Se si agisce su una delle 2 componenti è possibile ottenere delle modificazioni anche sull’altra, in modo da recuperare uno stato di benessere complessivo.

Ecco perchè, nei momenti di difficoltà, se non siamo sempre in grado di aiutarci da soli, possiamo richiedere il sostegno di uno psicologo che, in sede di colloquio, può insegnarci anche delle tecniche di rilassamento utili ad affrontare le sensazioni sgradevoli o il disagio legati a questi problemi.

Prima di entrare nel vivo del Training Autogeno, è utile imparare la Respirazione Diaframmatica, adottata spontaneamente dai bambini, ma che, crescendo, viene sostituita da un respiro teso, corto e superficiale. Quando respiriamo con il torace, non c’è mai un ricambio completo d’aria nei polmoni e ciò può generare contratture muscolari, dolori cervicali e aumento dello stress.

Ricominciando ad usare il diaframma, che  è un muscolo a forma di cupola, il respiro diventa più profondo e ciò migliora l’ossigenazione dei tessuti, ne giovano sia l’apparato respiratorio che quello circolatorio e quindi si ha un primo aiuto nella gestione dello stress.

Una volta esercitati con il respiro, si procede con gli esercizi del Training Autogeno che si dividono in 2 gruppi: ciclo inferiore e ciclo superiore.

Gli esercizi dei ciclo inferiore sono deputati a raggiungere uno stato di rilassamento del corpo, mentre quelli del ciclo superiore favoriscono una condizione di ascolto passivo della mente.

Ogni esercizio del training viene spiegato e sperimentato in seduta, poi è richiesto di esercitarsi più volte a casa, fino a quando non si è in grado di padroneggiarlo; solo in quel momento si passa all’esercizio successivo.

L’apprendimento del Training Autogeno, associato ad un percorso di psicoterapia, permette di ottenere dei risultati più efficaci con diversi disturbi psicosomatici, quali:

  • cefalea muscolo tensiva
  • tachicardia
  • disturbi del colon irritabile
  • reflusso gastrico
  • Viene utilizzato con altrettanto successo anche nel trattamento di diverse manifestazioni d’ansia, quali:
  • ansia sociale
  • balbuzie
  • fobie specifiche
  • attacchi di panico
  • ipocondria
  • problemi della sfera sessuale

EMDR

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un trattamento psicoterapeutico scoperto quasi per caso nel 1989 da un psicologa americana, Francine Shapiro.

Ad oggi questo metodo è utilizzato per il trattamento dei traumi con persone di qualsiasi età compresi i bambini ed è riconosciuto come valido a livello internazionale da:

  • American Psychological Association (2002)
  • Ministero della Salute (2003)
  • American Psychiatric Association (2004)
  • International Society for Traumatic Stress Studies (2010)
  • Organizzazione Mondiale della Sanità)

Il terapeuta che ha in cura un paziente deve raccogliere la sua storia di vita coi sintomi e i possibili eventi che ne hanno causato lo sviluppo, dopodiché se e quando riterrà il paziente pronto per un trattamento con EMDR gli chiederà di portare la sua attenzione sui pensieri, le emozioni e le sensazioni legate al ricordo di un evento. A questo punto la stimolazione bilaterale (visiva o tattile) fa si che i due emisferi cerebrali comunichino meglio e il ricordo traumatico che era rimasto come congelato nel cervello e che causa sofferenza alla persona anche se il fatto è accaduto molto tempo prima, viene elaborato ed integrato come un altro ricordo non traumatico.

Questo non significa che si dimentica quello che è successo, o che sparisca la sofferenza, ma l’evento entra a far parte in maniera più armonica dei nostri ricordi: quello che è successo non può essere cambiato, ma l’individuo può comunque aspirare al benessere psicologico.

Uno studio italiano (Pagani et al., 2012) ha mostrato attraverso l’elettro-encefalogramma i cambiamenti a livello cerebrale che comporta l’uso del trattamento con EMDR: l’attivazione passa dall’area limbica (area emotiva) a quella corticale (associativa, cognitiva).