Una panoramica generale sui Disturbi di Personalità

Ognuno di noi possiede delle modalità soggettive di relazionarsi con gli altri e di reagire agli eventi che accadono nel corso della vita: c’è chi è socievole ed estroverso, chi molto timido; chi vede solo il lato positivo delle cose, chi tende a catastrofizzare tutto; chi pensa che abbiano sempre ragione gli altri, chi non si sente mai nel torto e non sa riconoscere i propri errori; chi chiede le cose con gentilezza, chi le pretende come se gli fossero dovute; chi di fronte alle difficoltà chiede aiuto e supporto, chi crede sempre di dovercela fare da sé, e via dicendo. Se queste specifiche modalità alle quali solitamente ricorriamo ci aiutano nell’instaurare buone relazioni, nel raggiungere i nostri obiettivi, nell’affrontare adeguatamente le varie difficoltà, nel vivere con serenità e gratificazione e ci permettono di tollerare e gestire la sofferenza, li definiremo tratti di personalità, ossia aspetti caratteriali appresi durante i primi anni e consolidati dall’adolescenza in poi, in base alle diverse esperienze di vita. Mentre alcuni di noi, quando si accorgono che una strategia usata per fronteggiare le situazioni o risolvere i problemi non risulta efficace, cercano un’alternativa più funzionale, per adattarsi meglio alle circostanze, altri fanno molta fatica a cambiare le proprie modalità di rapportarsi agli altri e agli eventi di vita, anche quando queste modalità si rivelano non adeguate. L’estrema rigidità di uno o più tratti di personalità, il suo manifestarsi sempre e in maniera eccessiva (a prescindere dai risultati che si ottengono), rappresentano quelle che sono le caratteristiche di un Disturbo di Personalità. Chi soffre di un Disturbo di Personalità spesso riferisce insoddisfazione, un senso di malessere diffuso rispetto alla propria esistenza e ha spesso diversi problemi interpersonali in alcuni ambiti della propria vita (lavoro, rapporti sociali, relazioni intime). Possono essere inoltre frequenti alcuni sintomi psichici come manifestazioni d’ansia, episodi depressivi, problemi con l’alimentazione, abuso o dipendenza da sostanze (stupefacenti o alcol).

Chi è affetto da un Disturbo di Personalità non sempre è in grado di capire che i propri modi di pensare e di relazionarsi sono disfunzionali e causa di profonda sofferenza: per questo, può risultare importante rivolgersi ad un professionista competente in tema di Disturbi di Personalità, in modo che possa aiutare la persona interessata a riconoscere prima e ad imparare a gestire poi le proprie difficoltà nel pensare e nel rapportarsi alle diverse situazioni di vita.

Descrivere il quadro di un Disturbo di Personalità è cosa complessa, ma cercheremo di fare chiarezza sulle caratteristiche specifiche di alcuni di essi, per poterli riconoscere.

Disturbo Evitante di Personalità

Chi soffre di Disturbo Evitante di Personalità è animato da un forte desiderio di entrare in relazione con gli altri (avere un gruppo di amici, buone relazioni con i colleghi, un rapporto intimo con un/una partner) con i quali vorrebbe condividere spazi, momenti, passioni e interessi, ma la paura di non risultare adeguato, di non essere apprezzato e di venire rifiutato è talmente forte che preferisce isolarsi ed evitare il contatto con loro. Questo timore è tanto più forte, quanto maggiore è il “rischio” di sentirsi coinvolti emotivamente nelle relazioni interpersonali. L’evitamento dei rapporti con gli altri diventa il modo per proteggersi dalla paura di venire rifiutati, ma questo isolamento non sempre viene vissuto con serenità: la persona interessata, trascorrendo molto del suo tempo in solitudine, può sentirsi triste, sola, insoddisfatta e può sviluppare alcuni problemi d’ansia quando si trova in situazioni sociali (lavorative o extra lavorative), poiché non si reputa capace di affrontarle. Chi soffre di Disturbo di Personalità ha una forte paura di essere criticato o rifiutato e pensa di valere sempre meno rispetto agli altri. Per questo mostra un’estrema timidezza, un basso livello di autostima, poiché nutre un intenso senso di inadeguatezza. Come per altri disturbi psichici, la causa può essere rintracciata nella combinazione tra una predisposizione personale (genetica, biologica) e un insieme di insegnamenti rigidi, severi e ipercritici o, al contrario, di atteggiamenti iperprotettivi da parte delle figure significative durante i primi anni di vita.

Qual è la terapia adatta al Disturbo Evitante di Personalità?

Quando il livello di sofferenza ed evitamento sociale è così alto da compromettere la qualità della vita della persona interessata, spesso la cura del disturbo prevede un’associazione tra terapia farmacologica (specifica e stabilita da un professionista medico psichiatra) per la cura dei sintomi ansiosi o depressivi e psicoterapia cognitivo comportamentale, individuale e/o di gruppo. L’obiettivo della psicoterapia è aiutare la persona a gestire adeguatamente il proprio modo di relazionarsi con gli altri, imparando a superare l’imbarazzo e la paure spesso paralizzanti e a riconoscere correttamente il modo in cui gli altri si comportano nei loro confronti (per non continuare a “leggere” ogni atteggiamento altrui come la possibile minaccia di una critica o di un rifiuto). Durante il percorso individuale si possono effettuare dei training per migliorare la propria autostima e le proprie abilità sociali (skills training) e si possono insegnare delle tecniche per imparare a gestire l’ansia. La terapia di gruppo è altrettanto preziosa perché permette alla persona di non sentirsi l’unico a soffrire di questo disturbo (e ciò di solito porta una prima sensazione di sollievo) ed inoltre diventa la prima “palestra” di vita all’interno della quale può iniziare a sperimentare sia le nuove abilità apprese, che il diverso modo di reagire degli altri.

Disturbo Dipendente di Personalità

Chi soffre di questo disturbo tende a dipendere costantemente da qualcun altro, dal quale si aspetta accudimento, sostegno e cure continue. Questo bisogno estremo si manifesta con ripetute richieste di consigli, rassicurazioni e presenza dell’altro, al quale vengono delegate molte decisioni, più o meno importanti (perché la persona dipendente, da sola, non si sente in grado di scegliere). Evitando la solitudine e le scelte della propria vita, da una parte il dipendente sente alleviarsi quel senso di disagio che prova quando è da solo o quando è messo di fronte ad una decisione da prendere, dall’altra però tiene in vita un circolo vizioso per cui avrà sempre bisogno di qualcun altro con il quale si instaura un rapporto di sottomissione. Questo aspetto è cruciale soprattutto quando le relazioni finiscono: in quel momento la persona con Disturbo Dipendente può sentirsi terrorizzata, completamente smarrita e indifesa, poiché il proprio pensiero costante è di non essere in grado di prendersi cura di se stessa, né di saper affrontare le diverse circostanze di vita, in modo autonomo ed adeguato. L’angoscia di essere lasciato da solo, porta il dipendente a soddisfare ed assecondare sempre l’altro, evitando, ad esempio, di esprimere disappunto: in questo modo sono certi di garantirsi la protezione e l’amore di cui hanno bisogno. Mancando di fiducia in loro stesse, le persone con questo disturbo, faticano ad intraprendere qualunque attività da sole o a svolgere attività in modo autonomo e sminuiscono spesso le proprie abilità (vedendo gli altri come migliori di loro). Il più delle volte il partner che si sceglie ha una personalità dominante o controllante e può inizialmente“sfruttare” a proprio vantaggio l’assoluta devozione e sottomissione del dipendente per soddisfare i propri bisogni, finché però, sentendosi poco stimolato in un rapporto così sbilanciato, può arrivare a scaricarlo. Inoltre, in queste relazioni subalterne, la persona che soffre di questo disturbo, non mette mai veramente a fuoco i propri bisogni personali, che restano elusi e frustrati.

Qual è la terapia adatta al Disturbo Dipendente di Personalità?

La terapia cognitivo comportamentale si è dimostrata essere, finora, il trattamento d’elezione per questo disturbo: durante il percorso individuale viene aiutato il paziente a prendere consapevolezza dei propri bisogni e delle proprie vulnerabilità, a sviluppare una maggiore fiducia in se stesso (incremento dell’autostima) e nelle proprie capacità, per poter gradualmente cercare di raggiungere un’autonomia dalle relazioni interpersonali e un modo per affermare e soddisfare le proprie esigenze.

Disturbo Borderline di Personalità

Una persona che soffre di Disturbo Borderline di Personalità si presenta con improvvisi cambiamenti del tono dell’umore (oscillazioni tra gioia e tristezza, intensa rabbia e senso di colpa), molto spesso dovuti ad alcuni piccoli comportamenti degli altri: una disattenzione, un cambiamento di espressione facciale, una critica dell’altro possono generare dei veri e propri stravolgimenti emotivi, vissuti con molta sofferenza e come caos interno. A causa di questa vulnerabilità emotiva, le reazioni della persona borderline sono più intense e durature e, di conseguenza, la capacità di gestire le proprie emozioni, risulta compromessa (disregolazione emotiva); solitamente, per contenere i propri sbalzi e la sofferenza che questi ultimi generano, il borderline può arrivare a compiere alcuni gesti impulsivi, come esplosioni di rabbia, discussioni accese, vere e proprie liti, risse, abbuffate di cibo, guida spericolata, gioco d’azzardo, spese compulsive e sconsiderate, sesso promiscuo, abuso di sostanze psicoattive o alcool. A volte, per placare le sensazioni spiacevoli che prova, arriva a compiere atti di autolesionismo (come graffi, tagli, bruciature o assunzione di ingenti dosi di farmaci) o a tentare il suicidio. Le relazioni interpersonali, già complesse a causa della propria vulnerabilità emotiva, risultano ulteriormente difficili poiché chi soffre di questo disturbo tende ad avere una visione scissa dell’altro: solitamente all’inizio di un rapporto l’altro è idealizzato come perfetto e gli vengono attribuite solo qualità positive, come accudente, sincero, dolce, comprensivo; ma, alla prima critica, al primo battibecco o alla prima disattenzione, viene subito svalutato ed etichettato in termini opposti. Perciò diventa egoista, bugiardo, minaccioso, anaffettivo. Le difficoltà nelle relazioni vengono ulteriormente compromesse dalla scarsa capacità che la persona con disturbo borderline ha di riflettere, in modo lineare e coerente, sulle proprie esperienze sia interne (pensieri, emozioni, sentimenti), che esterne (eventi di vita, rapporti con gli altri). Solitamente ricorda e riferisce episodi singoli, non collegati tra loro e, spesso, i racconti di ciò che vive e di quel che pensa di se stessa e degli altri sono pieni di contraddizioni. Costantemente preoccupato del giudizio negativo dell’altro e timoroso di non essere accettato da esso, il borderline ha una scarsa stima di sé (“Sono una persona orribile”, “Non merito l’amore di nessuno”, “Non valgo niente”) e, al minimo rischio di ricevere una critica o un rifiuto, si attiva in modo spropositato per compensare o rimediare a ciò e recuperare la stima o l’amore altrui. Un altro aspetto peculiare di questo quadro di personalità è l’immensa paura di essere abbandonati: quando un borderline entra in relazione intima con qualcuno, è angosciato dall’idea di essere lasciato e, per questo, oscilla tra alcuni momenti di avvicinamento intimo ad altri di allontanamento. E, qualsiasi minaccia di venire abbandonato, gli fa compiere gesti anche disperati (inseguimenti, lancio di oggetti, minacce di farsi del male, di suicidio). Per quanto riguarda la capacità di perseguire degli obiettivi, a seconda della gravità del disturbo, si possono incontrare difficoltà nel capire che cosa si vuole fare nella propria vita: la persona con disturbo borderline può cambiare repentinamente opinioni, preferenze e scelte in ambito scolastico, professionale, religioso, sessuale, molto spesso a seconda delle persone che ha accanto e di quello che prediligono queste ultime. In tal modo, non riesce mai a definire un vero e proprio senso di identità personale, a prescindere dall’altro e, qualora questo dovesse abbandonarla, si sentirà disorientata e “inconsistente” e sentirà il bisogno di qualcun’altro che la aiuti a “ricostruirsi”. Chi è affetto da questo disturbo, riferisce spesso di attraversare alcune fasi nelle quali avverte un senso cronico di vuoto,  caratterizzato da assenza di scopi personali: questa delicata fase richiede molta attenzione sia da parte delle persone vicine, che da parte del terapeuta, poiché è il momento durante il quale la persona borderline tende maggiormente a compiere gesti per colmare questo inaccettabile vuoto (come abbuffate di cibo o di sostanze psicoattive, promiscuità sessuale, autolesionismo, assunzione massiccia di farmaci o tentativi di suicidio).

Qual è la terapia adatta al Disturbo Borderline di Personalità?

Essendo uno dei Disturbi della Personalità maggiormente complessi, sono stati realizzati diversi trattamenti, a seconda dei diversi orientamenti psicoterapeutici, se necessario associati ad una cura farmacologica.

In ambito psicanalitico, troviamo la Terapia centrata sul Transfert di Clarkin, Yeomans e Kernberg. Di matrice psicodinamica è invece il Trattamento basato sulla Mentalizzazione di Bateman e Fonagy. Lo Schema Focused Therapy di Jeffrey Young integra l’approccio cognitivo-comportamentale con la Gestalt. Sempre di matrice cognitiva sono la Terapia cognitivo-comportamentale di Beck e Freeman e quella cognitivo-analitica di Ryle.

Quella sulla quale vogliamo porre maggiore attenzione è la Terapia Dialettico-Comportamentale di Marsha Linehan, un trattamento di orientamento cognitivo-comportamentale integrato,  con lo scopo di ridurre il più possibile i comportamenti suicidari e quelli che compromettono in modo significativo la qualità della vita del paziente. La terapia inizia con un accordo tra terapeuta e paziente, i quali stipulano un vero e proprio contratto con regole da rispettare e obiettivi da raggiungere a breve, medio e lungo termine. Un altro scopo della terapia individuale è quello di aiutare il paziente a regolare meglio le proprie emozioni, invece che farsi travolgere dalle stesse, e sperimentare nuove modalità di relazione con gli altri, in modo più funzionale ai diversi tipi di rapporto. Durante il percorso si aiuta il paziente a riconoscere i propri bisogni e desideri, a prescindere da ciò che predilige l’altro, e lo si affianca nel costruire i vari step per realizzarli. Si lavora molto sulla presa di consapevolezza della propria visione scissa del mondo, diviso nella sua mente in “buono” e “cattivo”, per aiutarlo ad integrare in modo più completo e coerente la percezione degli altri. Oltre al percorso individuale (che prevede una cadenza settimanale), si può proporre al paziente di partecipare ad una terapia di gruppo, il cui scopo è quello di apprendere o incrementare alcune abilità di cui risulta carente. Anche la partecipazione al gruppo prevede diverse regole chiare e precise (come ad esempio il divieto assoluto ai partecipanti di frequentarsi al di fuori dell’attività di gruppo), ognuna con un significato specifico e utile a salvaguardare la buona riuscita del gruppo stesso. Una delle abilità che si può insegnare al paziente, sia durante il percorso individuale, che durante quello di gruppo, è la mindfulness, ossia la pratica dell’attenzione consapevole rispetto a ciò che si prova (emozioni, pensieri, sentimenti) o a ciò che si vive (esperienza, accadimenti, relazioni con gli altri): questa pratica risulta preziosa nell’imparare a conoscere e a regolare meglio la “tempesta emotiva” che solitamente sperimenta la persona con questo disturbo.

Molto spesso la psicoterapia viene supportata dal trattamento farmacologico, per la cura di alcuni sintomi che un paziente borderline può sviluppare: per quanto riguarda l’impulsività e la difficoltà nel regolare le emozioni si ricorre agli antidepressivi di nuova generazione; per le esplosioni di rabbia e per comportamenti a rischio, si utilizzano basse dosi di neurolettici atipici. Per quel che riguarda idee di sospettosità o persecutorie e i tentativi di suicidio, che si possono sviluppare in momenti di intenso stress, lo psichiatra prescrive neurolettici o, in caso di rischio di vita per il paziente, si può ricorrere al ricovero ospedaliero.

Disturbo Narcisistico di Personalità

Quando si pensa ad un narcisista, lo si immagina arrogante, distaccato, bisognoso di continua ammirazione altrui e spesso pronto a screditare gli altri, rimarcando la superiorità delle proprie doti e il proprio sentirsi unico e speciale. Di solito si presenta come una persona poco o per niente capace di riconoscere emozioni e bisogni degli altri, il più delle volte considerati (solo) un mezzo per raggiungere i propri scopi e soddisfare le proprie esigenze, con modi e tempi stabiliti esclusivamente da lei. In base al proprio senso di grandiosità, per il quale crede di essere anche invidiato dagli altri, se un narcisista incontra un ostacolo nel perseguire i propri obiettivi o se, in qualche modo, fallisce oppure ancora se viene contraddetto, può reagire con rabbia o con un crollo depressivo. Al contrario, se gli altri lo trattano in quanto essere unico e speciale con ammirazione (o venerazione), questi vengono idealizzati. Un’altra caratteristica del narcisista è un forte senso di perfezionismo: di solito fa di tutto perché ciò che lo riguarda (immagine, preparazione scolastica, performance lavorativa, persone di cui si circonda) risulti perfetto e “degno della sua persona”, in modo da garantirsi lusinghe e lodi e da evitare quelle critiche che tanto teme. Se ad esempio gli viene fatto notare un errore, un’imperfezione o una mancanza, il narcisista fa fatica ad accettare una critica, vivendola come una ferita e una fonte di sofferenza e vergogna e, anziché aprirsi ad un confronto e mettersi in discussione, si chiude in se stesso, mostrando rabbia, disprezzo e svalutazione dell’altro. Questa tendenza a voler apparire perfetti e il senso di grandiosità si associano anche alla tendenza ad essere competitivo, sempre nell’ottica di dimostrare a se stesso e al mondo che lui è migliore degli altri. Nelle relazioni interpersonali, tende a circondarsi di persone che lo ammirano o sono tendenzialmente dipendenti e sottomesse, rinforzando così il suo nucleo disfunzionale: tuttavia, trascorso un po’ di tempo, perde interesse e si muove per cercare nuove “prede” pronte a riconoscere le sue fantastiche doti. In alcuni casi, se si lega in modo intimo a qualcuno, qualora venisse lasciato, profonda in uno stato depressivo.

Il narcisista nutre la convinzione secondo la quale “chi soffre o chi manifesta la propria sofferenza è un debole” e sulla base di essa, pur trovandosi in una condizione di profonda sofferenza, difficilmente chiede aiuto in modo esplicito; il più delle volte, si chiude in se stesso e risulta inavvicinabile dagli altri e completamente distaccato dalla fonte del proprio disagio. Tuttavia, in alcuni casi, decide di farsi aiutare: la depressione è uno dei sintomi per cui un narcisista può decidere di intraprendere un percorso psicologico e può dipendere da problemi nelle relazioni interpersonali, dalla rottura delle stesse, da un fallimento sul lavoro o comunque da un’esperienza di vita che lo porta a doversi confrontare tra le sue straordinarie aspettative e la realtà dei fatti, a volte molto diversa. Spesso, nonostante una vita di soddisfazioni e successi, una persona con disturbo narcisistico nutre un senso di insoddisfazione costante e diffuso, che non riesce a comprendere e a giustificarsi. Oltre alle manifestazioni depressive, ci sono altri disturbi psicologici che possono portare il narcisista a chiedere aiuto ad un medico o ad uno psicoterapeuta: labuso di sostanze psicoattive e di alcool garantisce un senso di sollievo a quel disagio che il narcisista prova; tuttavia, credendo di avere abilità eccezionali, egli è convinto di poter smettere quando lo desidera e difficilmente ammette di avere un problema di dipendenza. L’ipersensibilità al giudizio, legata alla paura che gli altri possano notare dei difetti nell’immagine e nelle prestazioni, può provocare nel narcisista una forte ansia sociale, poiché ha bisogno dell’approvazione degli altri, ma allo stesso tempo teme il loro giudizio. Lipocondria, con una continua attenzione al proprio corpo e alla propria salute, può essere un’altra manifestazione di malessere legata alla paura che alcuni cambiamenti fisici possono limitare o impedire le grandiose aspettative che egli nutre. Sempre per quel profondo bisogno di apparire perfetto e capace agli occhi degli altri, un narcisista può soffrire, in alcune relazioni, di disfunzioni sessuali. Un’altra manifestazione di questo complesso disturbo della personalità è uno stato di profonda rabbia che può assumere la forma di aggressioni e maltrattamenti, sia psicologici che fisici: il più delle volte la rabbia del narcisista è scatenata dal sentirsi non riconosciuto, non apprezzato o invalidato dall’altro e può portare a sviluppare alcuni pensieri paranoici del tipo “gli altri mi odiano, mi vogliono fare del male, mi ostacolano, mi danneggiano” con dei comportamenti critici o violenti nei loro confronti.

Qual è la terapia adatta al Disturbo Narcisistico di Personalità?

Per il trattamento del Disturbo Narcisistico esistono diversi orientamenti:  quelli psicoanalitici proposti da Kenberg e da Kohut, la Terapia  Familiare , a Terapia di Coppia e la Psicoterapia Metacognitiva-Interpersonale, sviluppata dal gruppo di lavoro di psichiatri e psicoterapeuti del Terzo Centro di Roma.

Quest’ultima prevede un percorso individuale, a cadenza (solitamente) settimanale, a volte associata ad una terapia di gruppo e, se necessario, ad un trattamento farmacologico, soprattutto se presenti alcuni sintomi ansiosi o depressivi. In un percorso di cura di questo complesso disturbo della personalità, il terapeuta può aiutare il paziente in diverse fasi:

  • imparare a riconoscere stati emotivi, desideri e bisogni personali;
  • riconoscere e mettere in discussione le rigide convinzioni che si hanno su di sé e sugli altri;
  • individuare ed interrompere le associazioni disfunzionali tra pensieri, emozioni e comportamenti;
  • evidenziare le cause della propria sofferenza (senso di grandiosità, distacco, invidia, vergogna, rabbia, depressione, paura/bisogno del giudizio) e cercare delle strategie più funzionali;
  • regolare la propria autostima non sulla base del giudizio altrui, ma attraverso nuove modalità;
  • riconoscere le difficoltà nelle relazioni interpersonali (idealizzazione/svalutazione; competizione; distacco; dominanza) ed individuare delle modalità più efficaci;
  • imparare a “leggere” le emozioni e i bisogni degli altri.