DISTURBI DELLO SVILUPPO

I disturbi dello sviluppo sono una serie di patologie che esordiscono in età evolutiva e in alcuni casi accompagnano la persona per tutto il corso della vita. Così come la psicopatologia dell’età adulta i disturbi sono molti, cerchiamo di fare un pò di ordine.

E’ nell’infanzia che viene fatta diagnosi dei disturbi dell’intelligenza, ovvero di ritardo mentale che può essere grave o lieve. Solitamente la diagnosi è effettuata dalla ASL di riferimento attraverso un’equipe di psicologi, neuropsichiatri e pediatri che si avvale di test specifici. Questa non è solo un’etichetta che il bambino deve portarsi avanti tutta la vita. Dal momento della diagnosi il lavoro da fare è molto: capire le difficoltà e cercare di lavorare per aiutare il minore a potenziare le sue risorse, a incrementare le sue abilità sociali e la sua autostima. La diagnosi deve quindi essere vista come punto di partenza per conoscere a fondo quali sono i punti di forza e di debolezza e da quelli partire per un lungo percorso di crescita.

Disturbi pervasivi dello sviluppo, tra cui Disturbo Autistico e Sindrome di Asperger. Sulle cause tanto è stato e tanto ancora dovrà essere scritto perché la ricerca sta proseguendo. Ma cosa si può fare per aiutare a rapportarsi con il mondo persone che si relazionano con la realtà in modo differente dalla maggioranza? Sempre più individui con questa sindrome ritengono infatti di non avere una malattia ma di rapportarsi e percepire il mondo in modo diverso. L’intervento deve essere rivolto a far divenire l’ambiente esterno “comprensibile e fruibile” anche a chi rientra nello spettro. Gli interventi inseriti nelle linee guida pubblicate dalla comunità scientifica (ABA, TEACCH, Denver Model) servono per insegnare abilità assenti o carenti, per incrementare la qualità della vita dei bambini con disturbi dello spettro autistico, per cui anche i comportamenti più semplici possono risultare difficili da attuare.

Vi sono poi i disturbi del comportamento in cui si inseriscono: Deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD), disturbo della condotta e disturbo oppositivo provocatorio. In questo caso un intervento psicoterapeutico può essere utile ai genitori per conoscere il disturbo, per sapere come aiutare il proprio figlio e al bambino affinché apprenda gli strumenti per fronteggiare le sue difficoltà e per modificare i comportamenti disfunzionali.

I disturbi dell’apprendimento, ovvero dislessia, discalculia, disortografia e disgrafia, nei quali un intervento precoce aiuta il ragazzo ad avere tutte le strategie e gli strumenti necessari per affrontare al meglio gli anni scolastici.

Infine vi sono i disturbi d’ansia e dell’umore, che, anche se in alcuni casi possono manifestarsi in modo diverso rispetto all’età adulta (ad esempio irrequietezza motoria in caso di depressione), sono gli stessi di cui soffriamo anche noi “grandi”: depressione, ansia, disturbo ossessivo compulsivo, fobie, ecc.

Un disturbo d’ansia tipico dell’età infantile è il Mutismo selettivo che prevede l’incapacità di parlare in specifiche situazioni sociali mentre in altre il linguaggio è assolutamente adeguato per l’età. Per esempio un bambino che a scuola non parla e non comunica nemmeno con i gesti, a casa o in ambito sportivo parla e usa la comunicazione non verbale in maniera del tutto adeguata.

Cosa può fare uno psicologo-psicoterapeuta?

L’aiuto che uno specialista può offrire ovviamente cambia a seconda delle varie diagnosi. In alcuni casi l’intervento migliore è di equipe perchè il minore necessita di aiuti in campi molto diversi tra loro.

Quello che accomuna tutte le patologie è però la presa in carico del bambino e dei familiari. E’ importante il lavoro che si svolge durante una seduta con il bimbo ansioso, depresso, iperattivo: gli si insegnano nuove strategie per affrontare le sue difficoltà, gli si offre uno spazio dove confidarsi, esprimersi ed essere accettato. Ma il lavoro con i genitori è fondamentale allo stesso modo, essi infatti devono essere co-terapeuti, far sì che le strategie decise, i comportamenti insegnati possano essere messi in atto a casa. Prendiamo come esempio un bimbo che fa fatica a mantenere l’attenzione per un tempo prolungato e che fatichi quindi a svolgere i suoi compiti a casa. Si decide di suddividere il pomeriggio di studio in tanti blocchi da 10/15 minuti di modo che diventi maggiormente sopportabile per lui. L’aiuto dei genitori perchè questo proposito diventi realtà è ovviamente fondamentale.

ADHD

Il Deficit dell’Attenzione e/o Iperattività (sigla inglese ADHD) è una condizione medica, tra le più comuni nei bambini:  tra il 5 e il 7% dei bimbi in età scolastica è colpito da questo disturbo, caratterizzato da un difetto nella regolazione dell’attenzione e della concentrazione (che risultato carenti)  e dell’attività motoria (che risulta eccessiva). Può essere presente uno solo dei due disturbi (disattenzione o iperattività) o entrambi.

Il bambino con Iperattività:

  • fatica a stare fermo,
  • mette in atto una serie di attività motorie assolutamente afinalistiche,
  • il gioco è rumoroso, disorganizzato e cambia spesso,
  • sono presenti verbalizzazioni eccessive;

Se il deficit è attentivo si manifesta con:

  • labilità attentiva,
  • interruzione e difficoltà a seguire i discorsi altrui,
  • fatica a seguire le regole,
  • difficoltà a organizzarsi,
  • perdita degli oggetti,
  • grande facilità a distrarsi con qualsiasi stimolo presente nell’ambiente,
  • difficoltà a eseguire compiti banali o attività routinarie,
  • incapacità di portare a termine un compito;

L’impulsività, infine, si esprime come:

  • incapacità a riflettere,
  • difficoltà a rispettare il proprio turno ,
  • fatica a prevedere le conseguenze di un’azione, per questo il bambino spesso si espone a situazioni pericolose.

Gli aspetti sopra elencati rendono i bambini affetti da questa patologia difficili da gestire, sia a casa che a scuola, e hanno ripercussioni anche nella vita relazionale e affettiva del minore. Spesso sono bambini che vengono esclusi dai compagni, non hanno amicizie durature, si isolano, giocano con compagni di età cronologica inferiore perché preferiscono attività di tipo fisico a giochi più complessi o di tipo immaginativo. Le difficoltà coi coetanei, i problemi scolastici e i continui rimproveri hanno ripercussioni sull’autostima che per questo si abbassa. A volte possono manifestarsi  episodi depressivi, sentimenti abbandonici e di scarsa fiducia in se stessi.

Inoltre, se non si interviene adeguatamente, gli  aspetti relazionali e gli insuccessi scolastici possono condurre il ragazzo, durante l’adolescenza,  a sviluppare un disturbo della condotta, quindi di violazione delle regole, provocazione, crisi di collera, litigi con il gruppo dei pari o con gli adulti, comportamenti rischiosi.

Questo lungo elenco di sintomi non è da imputarsi a maleducazione, pigrizia, scarsa intelligenza, o alla volontà del bambino. Per risolvere la situazione non serve mettere regole più rigide, aumentare le punizioni, perché il bimbo non ha le capacità per modificare il suo comportamento.

L’intervento psicoterapeutico di tipo cognitivo comportamentale deve essere a 360 gradi: con il bambino, con la famiglia e con la scuola.

Si comincia con la psicoeducazione, ovvero la spiegazione di cosa sia il disturbo e quali sono le difficoltà che comporta. Poi si diversificano gli interventi che sono di parent training e di teacher training, in modo che gli adulti che hanno a che fare con un bambino affetto da ADHD riescano ad aiutarlo strutturando l’ambiente e le attività nel modo a lui più funzionale.

Con il bambino gli obiettivi consistono nell’insegnargli la capacità di autoregolamentazione nei comportamenti e nell’aiutarlo a rinforzare l’autostima.

Si possono fare giochi, attività di role playing,  fingere una determinata situazione all’interno dello studio del terapeuta e insegnare come affrontarla nel migliore dei modi, ma anche esercizi di rilassamento o di mindfulness che hanno ripercussioni sulle abilità di attenzione e concentrazione. Infine si lavora sulle emozioni, sul riconoscere ed esprimere i propri stati d’animo, capire e interpretare quelli degli altri.

BULLISMO

Con il termine bullismo si intende una violenza fisica o psicologica ripetuta nel tempo e perpetrata intenzionalmente da un singolo individuo o da un gruppo nei confronti di una persona ritenuta più debole.

Un singolo episodio anche se effettuato intenzionalmente e con cattiveria non è definibile come bullismo. Mentre ledere con coltellini, effettuare abusi o melestie sessuali, provocare gravi danni fisici sono dei veri e propri reati.

Il bullismo si manifesta con:

  • comportamenti violenti (calci, pugni, capelli tirati, pizzicotti, rovinare gli oggetti di altri);
  • aggressioni verbali (minacce, offese, insulti omofobi o razzisti);
  • estorsione di denaro o di oggetti personali;
  • in modo indiretto tramite dall’esclusione, l’isolamento, la diffusione di calunnie o maldicenze, o lo sbeffeggiamento del compagno vittima.

Il bullismo riguarda allo stesso modo sia i maschi che le femmine sia come vittime che come bulli che come spettatori. Infatti gli attori in gioco sono molteplici, oltre al bullo e alla vittima ci sono:

  • i gregari, coloro che istigati dal bullo partecipano attivamente all’atto violento, senza però essere mai loro ad iniziarlo spontaneamente,
  • i sostenitori, coloro che non partecipano attivamente ma che incitano gli altri o li sostengono con risolini, grida, ecc.
  • gli spettatori che assistono in modo neutro o che sono informati dei fatti senza però difendere la vittima. A volte questo ruolo è ricoperto dagli adulti di riferimento che informati reagiscono dicendo che “sono cose da ragazzi”, “bisogna imparare a difendersi” e così via, lasciando la vittima sola e senza aiuto.

Le differenze di genere nel ruolo di bullo solitamente si manifestano attraverso le modalità di aggressione scelte: i maschi tendono a mettere in atto comportamenti violenti o di estorsione, mentre le femmine isolano, offendono e scherniscono.

L’età va dai 7 anni ai 16 circa. Le violenze avvengono in molti luoghi della scuola, solitamente i più isolati e meno controllati (bagno, corridoi, aule vuote ai cambi di orario, cortili) e nei tragitti che portano dalla scuola a casa.

Cosa dovrebbero fare i bambini/ragazzi di fronte a episodi di bullismo?

Se si è la vittima chiedere aiuto, raccontare agli adulti (anche più di uno) cosa capita; se si è uno spettatore esprimere disapprovazione per i comportamenti del bullo ed aiutare la vittima attivamente sia nel momento della violenza che dopo facendo entrare la vittima nel proprio gruppo.

Cosa fare e perché intervenire come adulti?

L’intervento di fronte a episodi di bullismo deve essere sia verso la vittima che verso il bullo. Anche questo infatti va aiutato per evitare che l’atteggiamento aggressivo e di sopruso diventi parte della sua personalità, per lavorare quindi sull’espressione della rabbia attraverso modalità non distruttive. Spesso i bulli sono ragazzi oppositivi-provocatori, con basso rendimento scolastico e che abbandonano la scuola prima del completamento di tutto il ciclo scolastico. Nel futuro potrebbero essere adulti violenti e che mettono in atto comportamenti di danno agli altri e alle cose (ad esempio furto).

Più facile è immaginare la necessità che ha invece la vittima di un supporto: potrebbe sviluppare ansia e insicurezza fino a sfociare in depressione, comportamenti autolesivi ed autodistruttivi.

Come riconoscere la vittima?

  • torna da scuola con vestiti stracciati o sgualciti e con libri o oggetti rovinati;
  • ha spesso lividi, ferite, tagli e graffi;
  • non invita a casa compagni di classe o coetanei;
  • non ha amici per il tempo libero;
  • non viene invitato a feste;
  • ha paura-non voglia di andare a scuola la mattina;
  • è inappetente;
  • lamenta mal di pancia e/o mal di testa;
  • dorme male e fa brutti sogni;
  • ha frequenti sbalzi d’umore: sembra infelice, triste e depresso e spesso manifesta irritazione e scatti d’ira;
  • chiede o ruba denaro alla famiglia (spesso per assecondare i bulli).

CYBERBULLISMO

Il cyberbullismo è un atto di aggressione ripetuta e continuata da parte di un singolo o di un gruppo verso una vittima tramite la rete. Il danno subito dalla vittima può sorgere in pochissimo tempo e spesso il bullo riesce a mantenere l’anonimato.

L’attacco effettuato tramite internet può essere di vari tipi:

  • messaggi online violenti e volgari;
  • spedizione ripetuta di messaggi insultanti con lo scopo di ferire;
  • sparlare della vittima per danneggiare la sua reputazione, tramite e-mail, messaggistica istantanea, social network, ecc.;
  • farsi passare per un’altra persona per spedire messaggi o pubblicare a suo nome.
  • ottenere la fiducia di qualcuno con l’inganno per poi pubblicare o condividere con altri le informazioni confidate (come foto o video);
  • escludere deliberatamente una persona da un gruppo (gruppi su social network o messaggistica) per provocare in essa un sentimento di emarginazione.
  • molestie e persecuzioni con lo scopo di incutere paura;
  • vere e proprie minacce di morte dirette alla vittima.

La diffusione tramite la rete fa sì che le informazioni possano essere condivise da un grande numero di utenti in brevissimo tempo. Diventa difficile capire quanto l’informazione si sia diffusa ma soprattutto riuscire a contrastare il fenomeno, spesso infatti cancellare ad esempio dai socialnetwork le informazioni denigratorie non è sufficiente perché spariscano completamente.

Gli effetti per la vittima sono devastanti: sembra che numerosi episodi di suicidio tra gli adolescenti siano da ascrivere proprio al fenomeno del cyberbullismo.

ENURESI

L’enuresi è la perdita involontaria e completa della pipì durante la notte, in bambini che per età di sviluppo (dopo i 5-6 anni di età) dovrebbero aver già appreso il controllo degli sfinteri. Questo di solito viene acquisito intorno ai 2 anni per quanto riguarda il controllo durante il giorno e tra i 2 e i 5 per la notte.

L’enuresi può essere primaria o secondaria. La primaria si ha quando ci si trova di fronte a bimbi che non hanno mai acquisito il controllo, secondaria invece con bimbi che per un periodo avevano acquisito la capacità di non bagnarsi durante la notte (per un periodo di almeno 6 mesi), ma hanno perduto questa abilità.

Infine esiste l’enuresi sintomatica che compare in conseguenza a una malattia come ad esempio un’infezione urinaria.

Diversi fattori possono influenzare il controllo della minzione:

  • la capacità vescicale, che a volte può essere ridotta e il bambino anche durante il giorno richiede frequentemente di recarsi al bagno per fare pipì;
  • eventuali disturbi del sonno, con un sonno molto pesante il bambino potrebbe non sentire la necessità di svuotare la vescica;
  • eventi stressanti che accadono nella vita del minore e che sono per lui molto coinvolgenti dal punto di vista emotivo (lutto, separazione dei genitori, nascita di un fratello, scolarizzazione, ecc);
  • un ritardo nella maturazione.

Sembra inoltre che i bimbi che presentano enuresi abbiano un’autostima più bassa, difficoltà socio-relazionali e siano più timidi dei coetanei.

Cosa fare?

Per insegnare il controllo della minzione le tecniche comportamentali sono risultate utili per la risoluzione di questo problema. Solitamente si insegna al bambino ad aumentare il controllo vescicale durante il giorno; mentre per quanto riguarda la notte si può decidere di utilizzare un segnalatore sonoro o svegliare il bambino per accompagnarlo al bagno ogni notte alla stessa ora onde evitare che bagni il letto.

Ovviamente è importante ricordare di non rimproverare mai il bimbo anzi rinforzarlo quando si impegna a non bagnare il letto.

La terapia comportamentale ha successo nel 90% dei casi circa.

ENCOPRESI

L’encopresi è invece l’eliminazione delle feci negli abiti o in altri luoghi non opportuni dopo che il bambino ha raggiunto i 3 anni di età, per un periodo di più di un mese. Spesso è associata a stipsi.

Solitamente la modalità con cui questi bimbi espellono le feci è di nascosto (dietro le tende, nella propria camera, ecc), con le natiche serrate; il quantitativo di feci è scarso e spesso le mutande sporche sono nascoste.

I motivi possono essere molteplici:

  • grave stipsi seguita da incontinenza
  • stress forte per il bambino
  • rifiuto a usare il water o il vasino
  • errata educazione all’uso del bagno
  • mancanza di controllo nella defacazione

L’educazione dei propri figli all’uso del vasino dovrebbe iniziare tra i 15 e i 18 mesi, e verso i 24 il bimbo dovrebbe aver appreso tale abilità. Ovviamente vi sono differenze che riguardano ogni sinolo bambino e che possono portare a variazioni di qualche mese rispetto ai tempi indicati.

Generalmente si osserva quando il bambino evacua spontaneamente perché quelli saranno gli orari in cui posizionarlo sul vasino, con il genitore accanto. Non serve lasciare il bimbo per più di 5-10 minuti in bagno. Si cerca di lodare il bimbo se dovesse riuscire a eliminare le feci usando questa nuova modalità, e senza rimproverarlo in caso contrario. Inoltre le feci vanno trattate senza schifo o disgusto.

Nel caso si presenti l’encopresi bisogna per prima cosa pensare di modificare la dieta, essendo molti dei bimbi che presentano questa difficoltà stitici. Se si vogliono usare farmaci, come lassativi, perette o supposte, fondamentale è rivolgersi al pediatra; infine le tecniche comportamentali possono servire per imparare o rimparare a usare il vasino in modo corretto.