Unknown

22 Settembre 2018

Pinocchio: chi mente

Spesso mi è stato chiesto “è possibile che vi siano persone che mentono su tutto? In continuazione?” “Perchè lo fanno?” o “pensano davvero che gli altri ci caschino?”

Per prima cosa è doveroso precisare che non stiamo parlando delle piccole bugie che a tutti capita di dire (“stasera non esco perché non mi sento bene”, “no tesoro non sei ingrassata”,etc), ma di menzogne che si susseguono continuamente andando quasi a costruire una realtà parallela.

Esistono due tipi di bugiardi. Quelli definiti PATOLOGICI o CRONICI che sono coloro che mentono per ottenere/evitare qualcosa (ad esempio avere vantaggi o al contrario essere abbandonati dal partner). Essi tendono a manipolare l’interlocutore, a non interessarsi agli esiti delle loro parole nemmeno di essere scoperti, a non curarsi che le loro bugie possano danneggiare gli altri, mostrano infatti scarsa empatia e sono autocentrici. Solitamente sono persone narcisiste, seduttive che non accettano di essere criticate ed amano stare al centro dell’attenzione. Poi ci sono i bugiardi COMPULSIVI che mentono anche loro abitualmente ma non per raggiungere un fine, solo per raggiungere uno scopo e perché mentire li fa sentire meglio che dire la verità. Sono persone solitamente insicure, che mentono tanto più si sentono in difficoltà. Solitamente la bugia è un loro modo per affrontare la quotidianità, modalitá che hanno sviluppato nell’infanzia in un ambiente familiare dove mentire era utile o a seguito di traumi. Poco si puó fare se ci si trova a contatto con un “pinocchio”. Cercare di fargli notare il loro comportamento e fargli notare le conseguenze potrebbe essere una strategia, anche se di solito è un comportamento egosintonico ovvero che tende a far star meglio la persona che lo mette in atto. Convincerli a rivolgersi a uno specialista che potrebbe aiutarli a vedere questo problema nella più grande cornice della loro personalità.

cipressi

30 Aprile 2018

Sono fermo, non sono rigido

Fin dalla nascita ognuno di noi cresce con qualcuno che gli insegna che cosa è giusto e cosa non lo è, quali sono le regole e i principi da seguire, in cosa ha senso credere e  in cosa no, come bisogna comportarsi per essere considerati bravi, adeguati, amorevoli. E così, per osservazione, premi e punizioni (per dirla in modo semplice e chiaro) impariamo e portiamo avanti i nostri apprendimenti. Ma ciò che li rende veramente credibili ed efficaci è con quanto affetto, coerenza e fermezza ci sono stati trasmessi, una combinazione potente, ma, delle volte, difficile da dosare.

Da piccoli è alla figura del care-giver che spetta questo delicatissimo compito; ma da adulti abbiamo tante e diverse occasioni per sperimentare, con noi stessi e con gli altri, ciò che abbiamo appreso.

Ad esempio, durante la terapia con un paziente può capitare di chiedersi se si è in grado di comprenderlo veramente, tanto da riuscire ad affiancarlo in un percorso di aiuto; e, se tenere in mente che nessuno di noi può sostituirsi a qualcun altro nelle sue scelte è prezioso, a volte si rischia di commettere un errore assumendo un atteggiamento diametralmente opposto che può minare la relazione. Questo accade quando non ci assumiamo la responsabilità di una posizione ferma, stabile, quando durante alcuni passaggi non diamo indicazioni chiare e definite, quando, pur di lasciare spazio e libertà di espressione all’altro, non lo curiamo con le regole di cui ha bisogno.

Spesso capita di scambiare la fermezza con rigidità, ma sono due concetti non proprio sovrapponibili: quando siamo rigidi non ci apriamo verso nessuno, non sappiamo guardare l’altro e il mondo con interesse e curiosità, non sappiamo modificare le nostre risposte con il tempo e nonostante l’inefficacia, ci difendiamo con le nostre rigide certezze da tutto ciò che dall’interno o dall’esterno potrebbe modificare il mondo in cui ci sentiamo al sicuro. La rigidità è uno di quei modi che apprendiamo per difenderci e controllare ciò che temiamo possa essere incontrollabile.

La fermezza è qualcosa di più complesso, di più consapevole e anche di più faticoso da raggiungere: restare fermi rispetto a scelte fatte, a posizioni prese, agli obiettivi da raggiungere prevede che si sappiano riconoscere i bisogni, propri e altrui, e che si sappia dar loro la giusta espressione; che si sappia scegliere, per osservazione e sperimentazione, il modo migliore per soddisfarli; che, se le strategie scelte non sono efficaci, si possa rivederle; così come, se la realtà allontana dalla felicità, si sappia guardarla per quello che è, assumendosi la responsabilità di prenderne le distanze; che si sappia stare lì, immobili, ad osservare, senza agire d’impulso.

In questo modo, se riusciamo a vedere il quadro nel suo insieme, se ricordiamo da dove vengono le scelte fatte e dove ci stanno conducendo, se sappiamo che la fermezza non è solo stasi ed immobilità, bensì un atto di fiducia verso il processo che ci ha portati esattamente dove siamo, siamo in grado di sostenere anche le frustrazioni e le fatiche dell’intero percorso, perché è grazie ad esso che ci stiamo occupando dei bisogni dai quali è partito. Allora anche darsi e dare regole con fermezza non verrà vissuto come un limite o un’imposizione, ma garantirà rassicurazione ed un senso di pace personale ed altrui.

libro ary

29 Aprile 2018

Mi vivi dentro è un libro che parla di dolore, di morte e di tumore. È un libro scritto da chi sopravvive alla morte di un caro.
Alessandro Milan ci racconta la scuola moarsa di sua moglie Francesca, Wondy. Ci conduce nei 6 anni di malattia, nella loro storia di amore e nella paura per la diagnosi. Si racconta e ci racconta in maniera diretta, senza mai nascondersi. Nonostante questo “mi vivi dentro” è uno di quei libri che ti accarezzano il cuore.

emozioni

25 Ottobre 2017

 

 SENTO, QUINDI ESISTO – LA REGOLAZIONE DELLE EMOZIONI 

Le nostre emozioni possono essere forze così intense da darci l’impressione di venirne sopraffatti. Ecco perché ognuno di noi ha una sorta di cassetta degli attrezzi a cui attinge quando vuole regolarle.

Partendo dal presupposto che ogni emozione ha sempre qualcosa da comunicare di noi stessi o dell’esperienza vissuta in quel momento, per regolazione emotiva si intende un insieme di alcuni processi volti a:

  • sperimentare la emozioni, siano esse positive o negative
  • comprendere, accettare ed essere consapevoli dei propri vissuti emotivi
  • impegnarsi nel raggiungimento di obiettivi, in base alle proprie risposte emotive, positive o negative
  • ricorrere a strategie specifiche per modulare l’intensità e/o la durata dell’emozione
  • convertire (e non sopprimere) l’emozione

A volte queste strategie di gestione risultano adatte ed utili a farci conoscere qualcosa in più di noi stessi, a farci crescere, altre invece, in modo del tutto dannoso, ci portano solo ad evitare la sgradevolezza di quell’emozione, lasciandoci legati a ciò che riteniamo piacevole, facendoci però sprecare un’occasione per comprendere la natura e il significato di quel vissuto emotivo.

Durante i colloqui di psicoterapia, molto spesso, i pazienti raccontano di come una delle esperienze più problematiche sia la sensazione di essere sopraffatti dalle proprie emozioni e, non sapendo come regolarne l’intensità, alcuni di loro ricorrono a strategie disfunzionali, come abuso di alcol o sostanze, vomito autoindotto, abbuffate di cibo, colpevolizzazione degli altri, rimuginio, dipendenza dalla pornografia, tagli agli arti, sesso promiscuo, interruzione di una relazione, etc.

Questo concetto ci porta a pensare che tutte le strategie che cerchiamo di mettere in atto quando proviamo un’emozione forte e vissuta come non regolabile, altro non siano che tentativi di gestire, spesso in modo maladattivo, una attivazione emotiva considerata, irrazionalmente, come incontrollabile o pericolosa per noi stessi.

Alla base di tutto esistono alcune credenze che ognuno di noi ha costruito nel corso della vita rispetto alle proprie emozioni: quando queste credenze sono negative, come ad esempio “le mie emozioni sono qualcosa di imbarazzante; non finiranno mai; starò sempre peggio; non hanno alcun senso”; sono intollerabili; mi faranno impazzire”, di solito ci fanno mettere in atto strategie dannose di gestione emotiva, come ad esempio il rimuginio.

Se le credenze sulle proprie emozioni sono invece positive, solitamente si riesce ad esprimerle e manifestarle in modo funzionale e non risulta necessario (o indispensabile) ricorrere a strategie di gestione disfunzionale delle stesse.

Alcune delle strategie di regolazione emotiva non adattive sono:

  • soppressione dell’emozione, ossia soffocare, reprimere un’emozione quando si iniziano ad avvertirne le sue manifestazioni come sensazioni del corpo, espressioni mimico-facciali, pensieri ad esse collegati (“non capisco proprio perché ogni volta che il mio responsabile mi chiede di prenotare l’alloggio per la trasferta, con un tono di voce un po’ alto e avvicinandosi troppo alla mia scrivania, sento una forte morsa allo stomaco e mi sudano le mani; quando ci vediamo alla sera Eleonora vuol sapere sempre un sacco di cose di me e della mia vita, io però a quell’ora mi sento stanco e, dopo un po’, vado via..non credo durerà molto questa relazione”)
  • evitamento, ossia evitare le esperienze, le situazioni, i pensieri che portano a sperimentare una determinata emozione (“ho paura dei luoghi chiusi, evito ascensori e mezzi di trasporto; ho paura che la mia fidanzata mi lasci, evito di esprimere il mio punto di vista differente; non dirò quello che penso perché mi prenderanno in giro e sarò in imbarazzo; se durante il sesso (da donna) con il mio fidanzato fantastico su un’altra donna, vuol dire che sono lesbica, quindi non lo faccio”)
  • rimuginio o ruminazione, soffermarsi e ritornare in modo ripetitivo (e rigido) sull’esperienza di una determinata emozione, sulle sue cause e conseguenza (“chissà se avessi usato altre parole se Andrea mi avrebbe capita di più; sono sicuro che la nostra collaborazione sia finita per quella volta in cui mi sono arrabbiata tanto; sono state due ore meravigliose, anche se non cambierà nulla rispetto alla nostra situazione..ma sono felice così”)

Durante un percorso psicoterapeutico che ha tra gli obiettivi quello di regolare in modo più funzionale le proprie emozioni, si indaga se la persona ha tra le sue competenze e abilità qualche strategia adattiva: se è così, si parte da quelle per rinforzarle e, se necessario, esplorarne delle nuove; se invece tali modalità di regolazione emozionale sono assenti o carenti, insieme al terapeuta in seduta (e con esercizi pratici nella vita di tutti i giorni) si ricorre ad interventi di

  • validazione e accettazione delle emozioni, riconoscere l’emozione che si sta provando, attraverso le sue manifestazioni psico-fisiche, e dare valore a quel vissuto emotivo (ricordandosi che ogni emozione è dignitosa e ha un messaggio da comunicare su noi stessi, sugli altri e/o sul mondo)
  • tecniche di ristrutturazione cognitiva, costruire, con il paziente interpretazioni o prospettive adeguate e accettabili rispetto ad una situazione stressante, in modo da ridurne il carico negativo
  • esercizi di problem solving, cercare volontariamente di modificare una situazione che genera stress o di contenerne gli effetti dannosi
  • mindfulness, imparare a dirigere volontariamente la propria attenzione verso obiettivi scelti, in modo consapevole e funzionale alla propria vita
  • tecniche di gestione dello stress, come esercizi di rilassamento (training autogeno; rilassamento progressivo di Jacobson; body-scan)

Il lavoro sulla regolazione emotiva può essere l’obiettivo principe di un percorso di psicoterapia oppure uno dei diversi moduli che lo costituiscono.

In ogni caso (imparare a) riconoscere i propri vissuti emotivi, saperci “convivere” o regolarli rimane uno dei pilastri di base di un buon funzionamento della persona, per il proprio benessere psico-fisico.

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16 Ottobre 2017

MANGIO PERCHE’ SENTO

Quando si parla di mangiare emotivo non si intende l’azione che porta a saziare la fame bensì il mangiare per trovare sollievo a certe emozioni per lo più negative. Il cibo sembra infatti strettamente legato ai nostri stati d’animo.

“Sono triste, mi devo consolare, mi merito un dolce” o addirittura mi abbuffo. A chi non è capitato? A chi non è capitato di sentirsi ancora più triste e carico di sensi di colpa?

Il cibo sembra, erroneamente, considerato la consolazione per eccellenza di chi si sente triste.

Quali altre emozioni, oltre alla tristezza, portano a scelte alimentari non dettate dalla fame?

Lo stress ci fa abbuffare, spesso mangiamo tante cose in poco tempo, persi in altri pensieri. E così anche il momento del pasto diventa frenetico come il resto della nostra vita. “Fermarsi per godersi il cibo, e chi ne ha il tempo?” penserete. E così il pasto diventa fonte di altro stress, qualcosa da fare il più in fretta possibile, da “togliersi di mezzo”.

Ad aumentare il bisogno di cibo in questi casi c’è anche il cortisolo, l’ormone dello stress, che si innalza quando questo è cronico, aumentando il senso di fame. Insomma un circolo vizioso che ci porta verso le abbuffate.

E la noia? Mangiare solo per passare il tempo, occupare un momento di vuoto e insoddisfazione.

E ancora: abbuffarsi per coprire le emozioni, non vederle, nasconderle a sé stessi prima di tutti. Quando si fanno tante diete senza successo, quando si cede sempre alle “voglie”, forse si stanno evitando delle emozioni, o ci sono situazioni da risolvere o sbloccare che però sono troppo dolorose da affrontare e quindi meglio nasconderle sotto kili di patatine e cioccolata.

Questo doppio legame emozioni-cibo è il motivo per cui spesso in psicoterapia si richiede al paziente di tenere un diario alimentare in cui annotare, oltre a cosa si è mangiato, come ci si sentiva prima, durante e dopo aver mangiato, e in che situazione ci si trovava.

Dopo qualche tempo e un’accurata analisi emergeranno alcune situazioni trigger che quando capitano ci portano all’abbuffata: vedere un certo amico, tornare a casa prima dal lavoro, litigare e così via.

Con lo specialista a cui ci si è rivolti si analizza il diario per individuare l’antecedente che porta al trovare consolazione nel cibo. A questo punto si lavora sulle emozioni ma anche si cercano dei comportamenti alternativi a quello di mangiare per affrontare queste situazioni.

Bisogna quindi trovare e imparare altri modi per gestire le nostre emozioni e nuove strategie per soddisfare i nostri bisogni.

A volte quindi non è questione di motivazione, resistenza o dieta. Ma di aver paura a riconoscere e accettare le nostre sensazioni qualsiasi esse siano, anche brutte. Se alla tristezza, la rabbia, la frustrazione togliamo il potere di spaventarci, se smettiamo di scappare abbuffandoci, se le guardiamo in faccia, solo allora sapremo conviverci e non soccombere e potremmo essere padroni della nostra vita.

Se quindi ci abbuffiamo spesso, se ci accorgiamo che non stiamo mangiando per fame, se abbiamo provato mille diete ma nessuna ha avuto effetti, potremmo ricorrere ad uno psicoterapeuta che ci aiuti a scardinare il circolo vizioso del mangiare emotivo.

Unknown

3 Settembre 2017

FINO ALL’OSSO, film del 2017 (visibile su Netflix)

Il film tratta il tema dell’anoressia.

Ellen, interpretata dall’attrice Lily Collins, anche lei in passato vittima di questo disturbo dell’alimentazione, è affetta dall’anoressia fin dall’adolescenza. Per curarsi è entrata ed uscita da diverse strutture, e quella del Dottor Beckham (Keanu Reeves) sembra essere solo l’ennesima di una lunga serie.

Il film presenta molti aspetti chiave di questa malattia che vanno oltre i sintomi più conosciuti.

Nel DSM-5 infatti troviamo:

  1. Restrizione dell’assunzione di calorie in relazione alle necessità, che porta a un peso corporeo significativamente basso nel contesto di età, sesso, traiettoria di sviluppo e salute fisica. Il peso corporeo significativamente basso è definito come un peso inferiore al minimo normale oppure, per bambini e adolescenti, meno di quello minimo atteso.
  2. Intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche se significativamente basso.
  3. Alterazione del modo in cui viene vissuto dall’individuo il peso o la forma del proprio corpo, eccessiva influenza del peso o della forma del corpo sui livelli di autostima, oppure persistente mancanza di riconoscimento della gravità dell’attuale condizione di sottopeso.

Il film invece presenta questa patologia anche come una lotta con le emozioni e non solo il cibo o con la bilancia.

Ellen viene da un divorzio burrascoso tra i genitori. La madre bipolare e il padre totalmente assente. La famiglia non fa altro che rimpallarsi la responsabilità della malattia.

I momenti dei pasti sono spesso il principale momento di scontro e rimprovero. Quando si inizia a trattare l’anoressia invece solitamente si chiede proprio alla famiglia di tenere le discussioni lontano dalla tavola. E questa dovrebbe essere una buona regola per tutti non solo per chi soffre di questa malattia.

Ellen e gli altri membri della clinica del Dottor Beckham affermano tutti di avere fame, di sentire questo stimolo ma di essere terrorizzati dal prendere peso e perdere il controllo sul proprio corpo. L’iniziale desiderio di essere magri diviene un modo per esercitare un controllo fine a se stesso, una forma di punizione verso un sé che si sente inamabile e sbagliato. Ogni membro del gruppo escogita un modo diverso e particolare per eliminare le poche calorie introdotte: vomitare, fare ginnastica, usare lassativi ecc.

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15 Agosto 2017

COSA POSSO LEGGERE IN VACANZA?

Anche quest anno, per augurarvi delle rilassanti vacanze estive, vi salutiamo con qualche suggerimento di letture a noi care.

Le psicoterapie. Che cosa sono e come possono aiutarci – Ezio Sanavio

Che rabbia. Come controllarla prima che lei controlli te – Albert Ellis & Raymond Chip Tafrate

Istruzioni per rendersi infelici – Paul Watzlawick

Intelligenza emotiva – Daniel Goleman

La paura – Maria Rita Ciceri

Dovunque tu vada ci sei già – Jon Kabat-Zinn

Per dieci minuti – Chiara Gamberale

Mi sa che fuori è primavera – Concita de Gregorio

Io e te – Niccolò Ammaniti

Se non ti vedo non esisti – Levante

La variante di Lüneburg – Paolo Maurensig

Per i più piccini:

I colori delle emozioni – Anna Llenas

Che rabbia! – Mireille D’Allancé

Cuore di ciccia – Susanna Tamaro

L’albero – Shel Silverstein

Tu non ci sei più e io mi sento giù – Anna Rita Verardo & Rita Russo

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         20 Aprile 2017

DISTURBI DA TIC

Un tic è un movimento, un’espressione o una vocalizzazione, improvviso, rapido, ricorrente, aritmico e stereotipato (quindi ripetitivo e uguale).

Sia i movimenti che le vocalizzazioni possono essere suddivisi in semplici e complessi. Si definiscono semplici se a essere interessati sono gruppi muscolari isolati e la durata è molto breve; complessi invece riguardano interi gruppi muscolari e hanno una durata di qualche secondo. Alcuni esempi:

  • tic motori semplici: ammiccamenti, alzate di spalle, arricciamenti del naso, ecc.;
  • tic vocali semplici: raschiamenti di gola, soffiare, annusare, ecc;
  • tic motori complessi: saltare, pestare i piedi, ecoprassia (imitare gli altri), coproprassia (gesti volgari/osceni);
  •  tic vocali complessi: parole, cambiamento del tono o della velocità dell’eloquio, ecolalia, coprolalia (ripetizione di parole oscene o volgari), ecc.

Chi è affetto dai tic si può accorgere di una tensione precedente a questo la quale viene scaricata dopo la messa in atto del tic stesso. A volte l’emissione del tic è seguita da sentimenti di colpa o vergogna.

Solitamente i tic sono più frequenti quando ci si rilassa e meno quando si è impegnati in una attività. Tendono ad aggravarsi sotto stress. Generalmente scompaiono durante il sonno, ma possono esserci situazioni in cui la persona si sveglia improvvisamente con un tic. I tic possono essere anche controllati e quindi non emessi per un breve periodo ma poi ricompaiono in modo ancor più preponderante.

L’età di esordio è al di sotto dei 18 anni, generalmente i primi tic compaiono già verso i 4-6 anni. Possono poi scomparire o ridursi autonomamente in età adulta.

Una volta che, attraverso una visita medica, si esclude che i movimenti e/o le vocalizzazioni anomale sono dovute ad altra condizione medica o agli effetti di una sostanza si possono distinguere in relazione alla durata e alla varietà dei tic diversi disturbi:

  • Disturbo transitorio da tic
  • Disturbo cronico da tic
  • Disturbo di Tourette
  • Disturbo da tic non altrimenti specificato.

Disturbo transitorio da tic

  1. Presenza di tic motori e/o vocali singoli o multipli;
  2. Tic presenti molte volte al giorno, quasi ogni giorno da almeno 4 settimane ma da meno di 12 mesi;
  3. Esordio prima dei 18 anni;
  4. I tic non sono dovuti ad altra condizione medica o ad una sostanza;
  5. Non devono essere soddisfatti i criteri per Disturbo di Tourette o Cronico da tic.

Ci si può trovare di fronte ad un episodio singolo o ricorrente.

Disturbo cronico da tic

  1. Tic motori o vocali (ma non entrambi) o semplice o complessi;
  2. tic presenti tutti i giorni, più volte al giorno da almeno un anno. Non vi è stata una sospensione dei tic per un periodo superiore ai 3 mesi.
  3. Esordio prima dei 18 anni;
  4. I tic non sono dovuti ad altra condizione medica o ad una sostanza;
  5. Non sono soddisfatti i criteri per Disturbo di Tourette.

Disturbo di Tourette

  1. Presenza, non per forza contemporanea, si di tic motori multipli che di uno o più tic vocali;
  2. tic presenti tutti i giorni, più volte al giorno da almeno un anno. Non vi è stata una sospensione dei tic per un periodo superiore ai 3 mesi.
  3. Esordio prima dei 18 anni;
  4. I tic non sono dovuti ad altra condizione medica o ad una sostanza.

La compromissione del funzionamento sociale della persona risulta inferiore rispetto al Disturbo da tic complesso

Per saperne di più:

https://sites.google.com/site/lauraveneroni/tic-nervosi-cosa-fare

http://www.apc.it/disturbi-psicologici/disturbo-da-tic-e-sindrome-di-tourette

Possibili trattamenti:

Pratica massiva/negativa

Si tratta del più tradizionale trattamento comportamentale per i tic; al paziente viene chiesto di mettere in atto i tic in modo volontario, ripetuto, rapido ed intenso per un periodo di tempo davanti allo specchio, alternando periodi di riposo. Si inizia con 5 minuti per poi aumentare gradualmente fino ad un massimo di 30 minuti. Ha un valore terapeutico modesto.

Habit Reversal Training

L’Habit Reversal è il trattamento comportamentale più studiato dalla ricerca scientifica per il trattamento di tic. Consiste in una serie di tecniche che aiutano il paziente a divenire consapevole delle proprie manifestazioni ticcose e in seguito permettono allo stesso di apprendere le cosiddette “risposte alternative” che fungono da sostituto al tic nel momento in cui sopraggiunge; questo al fine di permetterne un’inibizione e ridurne progressivamente l’occorrenza. Può essere affiancato a esercizi di rilassamento, contingency management e generalization training.

La consapevolezza dei tic è l’esito di un’accurata descrizione e detenzione della manifestazione sintomatica stessa, di una procedura che evidenzia le sensazioni premonitrici dei tic, oltre che dell’utilizzo di un diario personale che registra gli accessi ticcosi per individuarne le situazioni maggiormente scatenanti. Il paziente impara a mettere in atto la risposta alternativa per 1-3 minuti o fino a quando l’esigenza di compiere il tic non scompare. La maggior parte delle ricerche cliniche riporta trattamenti su bambini ed adulti della durata di 10-14 sedute settimanali e i follow up a 10 mesi mostrano il mantenimento dell’efficacia dei trattamenti su tic motori e sonori, indipendentemente dalla presenza o assenza di un trattamento farmacologico in corso. Gli effetti sono visibili sull’intensità sintomatologica e sulla frequenza dei tic ed si esclude che vi sia una sostituzione del sintomo con la risposta alternativa appresa.

Automonitoraggio

Con il termine “automonitoraggio” s’intende una tecnica psicologica che prevede la registrazione dei sintomi da parte del paziente per mezzo di un contatore elettronico o un diario. Lo scopo è l’identificazione delle situazioni e dei momenti della giornata in cui è più probabile che si manifesti un tic. È parte integrante della tecnica di Habit Reversal; per contro se usato come terapia indipendente ha effetti temporanei.

Contingency Management (condizionamento operante)

Il contingency management consiste nella manipolazione delle contingenze situazionali affinchè gli intervalli di tempo in cui sono assenti i sintomi ticcosi siano rinforzati positivamente: per esempio i genitori del paziente utilizzano punti-bonus per rinforzare i comportamenti ricercati, mentre la manifestazione dei tic viene ignorata.

Un sottotipo di contingency management sono gli interventi funzionali con i quali è possibile individuare e modulare le situazioni contestuali soggettive che determinano l’aumento o la riduzione di tic.

Tecniche di rilassamento

L’uso di tali tecniche è volto alla riduzione di ansia e stress ed è rivolto a pazienti che stanno vivendo momenti difficili: è dunque indirettamente che si avrà un riscontro sulla frequenza ed intensità dei tic. Il rilassamento può aiutare a ridurre la tensione muscolare e prevede tecniche di respirazione, training muscolare progressivo, immaginazione e solitamente è parte di un trattamento multicomponenziale.

Exposure with Response Prevention

L’applicazione di questa tecnica parte dal presupposto scientifico che vi sia un’associazione fra la sensazione premonitrice del tic, e il tic stesso (in grado, infatti, di alleviarla). Il legame esistente fra sensazione premonitrice e tic è rinforzato ogni volta che il paziente “cede” nel metterlo in atto; l’Exposure with Response Prevention ha come scopo l’interruzione dell’associazione, prevenendo così il manifestarsi del tic. I pazienti vengono esposti per un lungo periodo di tempo alla sensazione premonitrice (exposure), ma è loro richiesto di resistere ai tic (response prevention) per imparare a tollerare la spiacevole sensazione.

L’apprendimento farà in modo che diminuisca l’esigenza percepita di mettere in atto il tic e di conseguenza che se ne riduca la frequenza.

Nei pazienti affetti da sindrome di Tourette è opportuno considerare la combinazione di un trattamento comportamentale e farmacologico.

Libro rabbia

         5 Febbraio 2017

Come aiutare i bambini quando si arrabbiano?

Ho un vulcano nella pancia (Eliane Whitehouse, Warwick Pudney; 1999, Ega – Edizioni Gruppo Abele) è un testo pensato per gli adulti, ma realizzato a misura di bambino. Gli autori propongono alcuni modi creativi per gestire la rabbia dei più piccoli e aiutar loro affinché possano imparare a farlo anche da soli. Il libro contiene diversi giochi educativi, alcune schede didattiche e divertenti racconti per capire ed affrontare l’aggressività, migliorando così i rapporti con gli altri, coetanei o adulti.

Riportiamo qui di seguito alcuni spunti su come aiutare un bambino quando è molto arrabbiato:

1. Non rispondete alla rabbia dei bambini con altra rabbia; questo non farà altro che esasperarli. In tal modo si darà anche un cattivo esempio di soluzione dei conflitti.

2. Il vostro comportamento è di esempio: se siete violenti, i bambini impareranno ad essere violenti; se perdete il controllo, può nascere in loro un senso di paura nei confronti della propria rabbia.

3. Fate loro capire che comprendete le loro emozioni: “Si vede che sei molto arrabbiato/a”oppure “Mi sembra che tu te la sia presa per qualcosa”

4. Aspettate a esporre altri punti di vista finché i bambini non abbiano espresso la propria rabbia e non abbiano riconosciuto il loro stato emotivo

5. Domandate loro che cosa farebbero per migliorare le cose

6. Prendete atto di quel che dicono. Riparlate dell’emozione e aiutateli a riflettere su proposte di soluzione, come ad esempio: “Cosa potrebbe succedere se tu facessi così?”

7. Non forzateli a chiedere scusa se non si sentono in colpa. Potrebbero sentirsi obbligati a censurare la propria rabbia e imparare  a comportarsi da ipocriti

Se due bambini sono arrabbiati tra loro:

  1. Rispecchiate ciò che sta succedendo “Vedo due bambini che bisticciano per una palla”
  2. Separateli, se è necessario per la loro incolumità “Qui qualcuno può farsi male”
  3. Aiutateli a sfogare la rabbia “Adesso facciamo una bella corsa fino al cancello e poi torniamo indietro”  oppure “Vi va di prendere a pungi un bel cuscino?”
  4. Cercate di scoprire i loro bisogni “Mi sembra che abbiate bisogno di qualcosa con cui giocare; andiamo a cercare  due giochi insieme”
  5. Scoprite di che cosa hanno paura “Hai paura di restare escluso dal gioco se gli dai la palla?”
  6. Coinvolgeteli nel cercare qualche soluzione per il conflitto

Si può dar loro un foglio e dire “Mi sembra che sia molto arrabbiato. Vuoi farmi un disegno che faccia vedere quanto sei arrabbiato?” e poi osservare il disegno commentando “Si vede che sei arrabbiatissimo. Cosa vuoi che ne facciamo di questo disegno? Come ti senti adesso? Che cosa potresti fare la prossima volta che ti arrabbi così tanto?”

Se uno dei bambini ha fatto male all’altro, fissatelo negli occhi dicendo “Non si picchia! Fa male!”

Occupatevi della vittima e rispecchiate le sue sensazioni: “Ti ha dato un calcio nella gamba. Scommetto che ti fa molto male! Vuoi provare a farmi un disegno di come ti senti?”

Cimitero acattolico

         25 Gennaio 2017

Le fasi del lutto

Solitamente l’essere umano ha la capacità di accettare e superare la morte di una persona cara in un periodo di tempo di circa 18 mesi. Secondo la teoria di Kubles Ross (1990; 2002), l’elaborazione del lutto si sviluppa attraverso 5 fasi:

  1. La fase della negazione e del rifiuto della perdita
  2. La fase della rabbia, caratterizzata da solitudine, ritiro sociale e bisogno di rivolgere il proprio dolore all’interno (colpa per non aver fatto abbastanza, per non essere stati presenti) o all’esterno (colpa dei medici, cause di forza maggiore, del destino)
  3. La fase della contrattazione, durante la quale vengono rivalutate le proprie risorse e si recupera (in parte) un esame di realtà
  4. La fase della depressione, caratterizzata da tristezza, dolore, ma anche dalla consapevolezza che la morte è inevitabile e che altri vivono la stessa situazione (non si è gli unici a soffrire per la perdita di qualcuno/a)
  5. La fase dell’accettazione del lutto, durante la quale si arriva a comprendere che la persona non ci sarà più e che la nostra vita è cambiata, è diversa

Questa fasi possono presentarsi non sempre in questo ordine preciso e hanno durata e intensità non definite, ma soggettive, a seconda della persona.

Quali sono le reazioni più comuni alla perdita di una persona cara?

Antonio Onofri e Cecilia La Rosa, autori del testo “Il lutto – Psicoterapia cognitivo-evoluzionista e EMDR” (Giovanni Fioriti Editore, 2015) distinguono 4 categorie di normali reazioni al lutto:

  1. Emozioni e Sentimenti
  • Tristezza, attraverso il pianto (segnale che di solito induce negli altri un comportamento protettivo)
  • Rabbia (spesso collegata al rifiuto della perdita)
  • Colpa (per non esserci stati, non aver fatto abbastanza, ecc..)
  • Ansia (ci si rende conto della vulnerabilità, si prende consapevolezza del concetto di mortalità, ci si sente in pericolo)
  • Solitudine, sia sociale (ritiro dagli altri), che emotiva (dovuta alla rottura di un legame)
  • Stordimento, alcuni, dopo un lutto, hanno la sensazione di non provare più emozioni
  • Shock, legato soprattutto a perdite improvvise o traumatiche
  • Struggimento
  • Sollievo, legato spesso ad una malattia che ha dovuto affrontare la persona defunta
  1. Sensazioni fisiche
  • Costrizione toracica
  • Vuoto gastrico
  • Ipersensibilità al rumore
  • Apnea
  • Mancanza di energia
  • Secchezza delle fauci
  • Depersonalizzazione

 

  1. Cognizioni
  • Incredulità rispetto alla perdita
  • Confusione, incapacità o difficoltà nel concentrarsi o svolgere attività consuete
  • Preoccupazione, che si manifesta con ruminazione rispetto al volersi tenere legati al ricordo del defunto oppure con pensieri e immagini intrusive della persona persa
  • Senso di presenza, ossia credere che la persona morta sia ancora vicina in alcuni momenti
  • Allucinazioni, uditive e/o visive (molto spesso esperite da chi è sopravvissuto alla morte)
  1. Comportamenti
  • Disturbi del sonno, difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni, sogni ricorrenti
  • Disturbi dell’appetito, calo o aumento dell’appetito
  • Distrazione, difficoltà nel rivolgere l’attenzione alle azioni che si compiono
  • Isolamento sociale, evitamento degli altri
  • Sogni del defunto
  • Evitamento dei ricordi, evitare oggetti e luoghi che ricordano la persona persa
  • Ricerca e richiamo del defunto, chiamare per nome la persona cara defunta
  • Sospiri frequenti ( spesso collegati alla sensazione di apnea)
  • Iperattività, come aumento dell’attività motoria, dell’irrequietezza ma anche delle attività svolte
  • Pianto
  • Tornare nei luoghi frequentati dal defunto o avere con sé oggetti che lo ricordano, opposto al comportamento di evitamento

Come farsi aiutare a superare un lutto?

Il lutto è un evento che porta stravolgimenti nella vita di chi lo vive e  minaccia o compromette alcuni scopi personali collegati sia alla morte in sé, che ad altri aspetti. Ecco perché, per raggiungere una fase di accettazione occorre rivedere quegli scopi compromessi e cercare di sviluppare dei comportamenti che portino a raggiungere gli obiettivi ancora perseguibili. Tuttavia, abbandonare alcuni obiettivi di vita non è cosa semplice da comprendere e mettere in atto: per poter facilitare questo processo, occorre cambiare (almeno in parte) le convinzioni che stanno alla base degli stessi, ma non sempre ciò risulta fattibile da sé. Ciò può dipendere dalla gravità della perdita, dall’essere soli, senza alcun supporto sociale, dalla tendenza a negare e reprimere la sofferenza, da alcuni stereotipi secondo i quali, al lutto si reagisce in un determinato modo e non in un altro.

La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale, l’EMDR, la Terapia Sensomotoria e la Terapia di Gruppo (i cui effetti sono solitamente amplificati rispetto ai percorsi individuali) possono risultare particolarmente indicate per essere aiutati nell’elaborazione e accettazione di una perdita.

Libro mare

                                                                                      9 Agosto Luglio 2016

Libri da spiaggia

 

Non avete ancora scelto quali libri mettere in  valigia? Qui di seguito vi citiamo alcune letture a noi molto care:

  • L’amante giapponese, Isabelle Allende (romanzo)
  • La ragazza dai sette nomi, Hyeonseo Lee (romanzo)
  • L’amica geniale, Elena Ferrante (romanzo)
  • Storia del nuovo cognome, Elena ferrante (romanzo)
  • Storia di chi fugge e di chi resta, Elena Ferrante (romanzo)
  • Storia della bambina perduta, Elena Ferrante (romanzo)
  • Viva la vida!, Pino Cacucci (biografia di Frida Kahlo)
  • La banda dei brocchi, Jonathan Coe (romanzo)
  • Branchie, Niccolò Ammaniti (romanzo)
  • Il silenzio dell’onda, Gianrico Carofiglio (romanzo)
  • Il giorno della civetta, Leonardo Sciascia (romanzo)
  • Gli sdraiati, Michele Serra (romanzo)
  • Molto forte, incredibilmente vicino, Jonathan Safran Foer (romanzo)
  • Jules e Jim, Henri-Pierre Roché (romanzo)
  • Signori bambini, Daniel Pennac (romanzo)
  • Cosa pensano le ragazze, Concita De Gregorio (racconti)
  • Open, Andre Agassi (autobiografia, tennis)
  • Donne che amano troppo, Robin Norwood (saggio, relazioni problematiche)
  • Fratello unico, Karl Taro Greenfeld (autismo)
  • L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Oliver Sacks (neuropsicologia)
  • Il giorno che mia figlia impazzì, Michael Greenberg (disturbo bipolare)
  • La banalità del bene, Enrico Deaglio (saggio, Giorgio Perlasca, Shoah)
  • L’intestino felice, Giulia Enders (saggio, conoscenza del corpo)
  • La pratica della consapevolezza, Henepola Gunaratana (mindfulness)
  • Vincere le ossessioni, Gabriele Melli (Disturbo Ossessivo Compulsivo)

Buona lettura!

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                                                                                               4 Luglio 2016

Traumi e traumi

Quando si parla di trauma psicologico si intende qualsiasi evento che per la persona che lo esperisce sia inaspettato ed estremamente stressante. I traumi sono suddivisi in due tipologie:

  • quelli generalmente definiti con la T maiuscola: nei casi in cui sia messa in pericolo la vita o l’integrità fisica nostra o di altri (terremoti, atti terroristici, stupri, lutti, omicidi, diagnosi nefaste, incidenti, ecc);
  • quelli con la t minuscola: eventi apparentemente poco rilevanti ma che assumono importanza se accadono in un momento particolare della vita delle persone, se avvengono nell’infanzia, o se sono ripetuti nel tempo (umiliazioni, trascuratezze, prese in giro, ecc).

Entrambi questi traumi hanno effetti sulle reazioni emotive, cognitive e sui nostri comportamenti. Gli effetti prodotti non sono uguali per tutti, ovvero non tutte le persone reagiscono allo stesso modo di fronte a determinati avvenimenti. Anche quando si tratta dei Traumi peggiori le reazioni possono essere differenti. Prendiamo il caso di un lutto: ci sarà chi piange per mesi, chi per anni, chi tenderà a non pensarci buttandosi su cose pratiche, chi si chiuderà in se stesso e chi ne parlerà con amici e parenti. Il tipo di reazione dipende da tantissimi fattori legati alla persona (personalità, struttura emotiva e di pensiero, ecc) e all’ambiente circostante. In alcuni casi può essere una conseguenza maladattiva che provoca sofferenza oltre quella che ci si potrebbe aspettare di fronte al tipo di evento che è stato sperimentato. Nel caso di conseguenze negative a Traumi con la T maiuscola si può arrivare al Disturbo Post Traumatico da Stress (www.studiobiancospino.it/disturbo-post-traumatico-da-stress/), mentre coi traumi minori a forti sensazioni di insicurezza, attacchi di panico, mancanza di autostima, ansie.

Da alcuni anni si è inoltre visto che gli effetti dei traumi ci sono anche a livello cerebrale: ricordi traumatici e non sono immagazzinati nel cervello in maniera differente.

I ricordi traumatici si troverebbero principalmente nell’emisfero destro, scollegati dal resto, come se si fossero congelati e non fossero stati elaborati adeguatamente.

La domanda che nasce di solito nei pazienti è se queste ferite dell’anima possono essere affrontate e trattate. Assolutamente sì: con la psicoterapia, la meditazione e da qualche anno anche con un nuovo metodo: L’EMDR.

triangolo

                                                                                                 27 Giugno 2016

IL TRIANGOLO DELL’AMORE

Negli anni la psicologia si è occupata di molti aspetti della vita dell’uomo, e non solo di psicopatologia. Non poteva esimersi quindi dall’affrontare il tema principale della vita di molte persone: l’amore.

Tra le varie spiegazioni che sono state date a questo fenomeno, oltre agli aspetti biologici per cui nella fase dell’innamoramento si è visto che aumenta la produzione di endorfine e feniletilamina che provocano una sensazione di benessere, una delle teorie
maggiormente condivise è quella di Sternberg, psicologo americano, che ha individuato tre componenti che possono coesistere nel sentimento d’amore.

La cosiddetta teoria triangolare dell’amore vede questo come il risultato di tre componenti: Intimità, Passione, Decisione/Impegno.

TRIANGOLO STERNBERG

L’Intimità si riferisce ai sentimenti di confidenza, affinità, condivisione e comune sentire responsabili dell’esperienza di unicità e calore. E’ l’aspetto che fa sì che nella coppia vi sia la tendenza a prendersi cura dell’altro, ad aprirsi con il partner per mostrarsi come si è e cosa si prova, a considerare il rapporto speciale e di grande valore.

La Passione riguarda gli aspetti più impulsivi: l’attrazione fisica, il desiderio sessuale, ma anche quello di appartenenza, di dominio o di sottomissione.

Infine la componente Decisione-Impegno è distinta in due aspetti: la Decisione è il primo passo che consiste nel decidere di amare qualcuno; l’Impegno, arriva in un secondo momento e  consiste nell’impegnarsi a mantenere nel tempo la relazione. I due aspetti possono essere disgiunti in quanto non sempre alla Decisione segue l’Impegno e non sempre l’Impegno è conseguenza della Decisione.

Non sempre in una coppia sono presenti tutti questi aspetti; possono essere presenti solamente uno o due di questi e anche la “percentuale” in cui sono rappresentati nella vita di coppia può essere variabile.

A seconda delle combinazione possibili, Sternberg ha individuato 7 forme di amore possibili.

tipi-di-amore

  • SIMPATIA (solo intimità): in questo caso si parla di amicizia poiché vi è confidenza, calore, unione ma senza impegno né tanto meno passione;
  • INFATUAZIONE (solo passione): tipico del “colpo di fulmine”, nasce all’improvviso, ma di solito termina altrettanto in fretta con una disillusione non appena ci si confronta con la realtà.
  • AMORE VUOTO (solo decisione/impegno): solitamente è la fine di un rapporto, quando oramai mancano le altre due componenti e si continua a stare insieme solamente per tener fede a un impegno preso in precedenza, per motivi legati ai figli o per questioni economiche;
  • AMORE ROMANTICO (intimità e passione): il tipico amore dei libri o dei film. Manca la componente impegno perchè per circostanze esterne non si possono fare progetti sul futuro;
  • AMORE AMICIZIA (intimità e impegno): sono i rapporti che durano da molto tempo, nei quali probabilmente inizialmente vi era anche la parte passionale ma che è andata scemando.
  • AMORE FATUO (passione e decisione/impegno): è un amore in cui non vi è mai stata l’intimità e quindi vera conoscenza reciproca. Queste relazioni corrono il rischio di frantumarsi quando si troveranno a fare i conti con un impegno non sentito.
  • AMORE VISSUTO (tutte e tre le componenti): al contrario di quello che si potrebbe pensare non è impossibile da trovare, ma è sicuramente difficile mantenere sempre vive tutte le caratteristiche.
The Dreamers

                                                                                                  09 Giugno 2016

LE FANTASIE, CIBO PER CORPO E ANIMA

Le fantasie erotiche fanno parte di ognuno di noi, più o meno consapevolmente. Per molto tempo si è pensato che appartenessero solo al mondo maschile, ma fortunatamente questa visione è stata (in gran parte) superata e sostituita dalla consapevolezza che anche le donne fantasticano, eccome! Tuttavia restano vivi alcuni stereotipi legati alla differenza di genere, soprattutto in determinate culture che non riescono ancora ad accettare l’idea che la sessualità femminile, con tutti i suoi correlati, non è assolutamente secondaria a quella maschile.

Fantasticare corrisponde a quella capacità della mente umana di creare immagini, di rappresentarsi scene o oggetti corrispondenti o meno alla realtà. Nel caso delle fantasie erotiche queste rappresentano una parte del nostro mondo interno, attingono al nostro immaginario e, il più delle volte, corrispondono a nostri desideri, più o meno intimi. Prendere consapevolezza delle proprie fantasie e lasciarle esprimersi, interiormente, in modo libero e naturale contribuisce al sentirsi soddisfatti, aperti, curiosi e aiuta nell’affinare questa facoltà che solo l’essere umano possiede. Quanto più si fantastica, tanto più dettagliate, numerose e creative risultano essere le nostre fantasie. Queste possono derivare da uno stimolo esterno (la visione di qualcosa, il profumo di un luogo, una sensazione tattile, la voce di qualcuno) che suscita eccitazione e poi viene rielaborato internamente per diventare un’immagine o una scena personalizzata ed espressione della persona. Oppure una fantasia può essere prodotta volontariamente: evocando un’immagine eccitante, ci si allontana dalla realtà, dalla razionalità e da ciò che è prevedibile, liberi di immaginarsi come, dove e con chi più si desidera. In questo spazio intimo e personale si sceglie se, quando e come far entrare qualcun altro e se rendere le proprie fantasie reali. Ma molto spesso restano tali e non vengono condivise con nessuno, perché sono considerate profondamente intime oppure perché si ha paura di essere giudicati o non compresi oppure ancora perché l’imbarazzo e la vergogna ne hanno la meglio e si preferisce tenerle nascosti. A volte invece si scelgono con cura le persone alle quali raccontare le proprie fantasticherie in tema di sesso e solitamente lo si fa con qualcuno di diverso dal proprio partner, anche perché spesso vengono vissute dalla persona stessa come pericolose rivelazioni della nostra persona, delle perversioni o delle forme di devianza.

In realtà, nella maggior parte dei casi, riuscire a dare spazio alle reciproche fantasie in un rapporto di coppia, può intensificare la conoscenza tra i partner, può arricchire la loro sfera erotica e, il più delle volte, può abbassare delle inibizioni presenti tra i due (seppur vada messo in conto che non tutte le coppie sono inclini alla pari a fantasticare e a lasciarsi travolgere da ciò). A volte, sapere che uno dei due partner non ricorre né spontaneamente, né volontariamente alle fantasie, può far sentire in colpa nei suoi confronti, perché si può vivere quel momento di evasione come una sorta di allontanamento dalla relazione, di tradimento o di mancata soddisfazione all’interno del rapporto. Altre volte, nel caso ad esempio di una coppia eterosessuale, la presenza di persone del proprio stesso sesso nelle scene erotiche immaginate da uno dei due partner, seppur piacevole e assolutamente diffusa come fantasia, può mettere in crisi, perché si può iniziare a pensare di essere omosessuali.

Riuscire a comprendere che le fantasie sono tra le nostre espressioni più libere, aiuterebbe nel viverle con maggiore spontaneità e meno timore, imbarazzo o vergogna: immaginare di fare l’amore con sconosciuti, di esibirsi in pubblico, di fare sesso in posti e modi inconsueti, di essere presi con la forza, di avere rapporti con più persone contemporaneamente o con persone del proprio stesso sesso, di essere dominati o viceversa di dominare, di ricorrere a pratiche estreme sono solo alcune delle fantasie fatte da uomini e donne. L’elenco sarebbe lungo e cercare di rinchiudere in alcune categorie ciò che è una parte libera della persona, del modo di vivere la propria sessualità e la conoscenza di se stessi, rischierebbe di deprivarla della sua vera essenza.

Violenza-sulle-donne-una-memory-collettiva-contro-il-femminicidio

                                                                                                  31 Maggio 2016

DIFENDIAMOCI DALLA VIOLENZA

Di fronte all’ennesimo caso di violenza su una donna, anzi su una ragazza di 22 anni, ci troviamo tutti a provare orrore e a criticare quest’uomo (se così si può chiamare chi compie un atto tanto ignobile) che ha ammazzato la sua ex ragazza proprio perché non sopportava fosse ex. Non ci sono parole né spiegazioni possibili per l’azione che é stata compiuta. Di fronte a tali “uomini” l’unica cosa da fare è difendersi: riconoscere e denunciare subito ogni tipo di abuso. Non dobbiamo pensare che una sfuriata ci possa stare, uno schiaffo sia comprensibile, essere minacciata sia un gesto di amore.
L’amore é rispettarsi, volere che l’altro sia felice e che stia bene. Tutto ciò che ci lede non è amore. E non esiste donna che non meriti di essere amata.
Tutte parole scontate forse, ma che di fronte all’ennesimo femminicidio forse così scontate non sono.
Chi subisce parli, chi vede non taccia, così da non dover più parlare del perché alcuni uomini (ma anche donne a volte) compiono atti di questo genere ma di come una ragazza abbia saputo difendersi e amare se stessa tanto da riconoscere quello che per lei era giusto e allontanare, denunciare chi le faceva del male.
Come poter reagire ed agire è chiedendo aiuto: alle forze dell’ordine, ai familiari, a chi si occupa di abusi, a uno specialista.
Oltre ai carabinieri, oltre a poter parlare con qualcuno di cui ci si fida ecco i link di alcune strutture che si occupano di violenza:

http://www.direcontrolaviolenza.it/i-centri-antiviolenza-in-italia/

 

Psicoterapia

                                                                                                  30 Maggio 2016

PSICOLOGO? PSICOTERAPEUTA? PSICANALISTA? PSICHIATRA? CHE CONFUSIONE!

Quando si soffre di un problema psichico, spesso, non si sa bene a chi sia meglio chiedere aiuto, se ad uno psicologo o al proprio medico di base oppure ancora ad uno psichiatra.

Ecco perché abbiamo pensato di fare chiarezza sulle diverse figure professionali che si occupano della sfera emotiva, ognuna con le proprie specificità.

Lo Psicologo è un laureato in Psicologia, iscritto all’Ordine degli Psicologi dopo aver svolto il tirocinio professionalizzante e aver superato l’Esame di Stato . Lo Psicologo può offrire supporto ai suoi pazienti attraverso colloqui di consulenza, di valutazione diagnostica, di sostegno o tramite alcune tecniche di rilassamento. Non può invece far intraprendere alcun percorso terapeutico, poiché ciò richiede l’ulteriore titolo di Psicoterapeuta.   E non può prescrivere farmaci, poiché per far questo occorre la laurea in medicina.

Possono diventare Psicoterapeuti gli psicologi e i medici che, una volta laureati, hanno frequentato una Scuola di Specializzazione in Psicoterapia, solitamente della durata di 4 anni e riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR). Durante questi anni di Scuola, lo specializzando apprende le specifiche tecniche psicoterapeutiche previste dall’indirizzo scelto ed effettua molte ore di pratica per poterle padroneggiare in concreto, sotto la supervisione di un tutor già esperto che lo aiuta durante tutto il percorso. Una volta iscritto all’elenco degli Psicoterapeuti del proprio Ordine, può praticare la professione in autonomia, in un contesto pubblico o privato, dove si occupa dei vari disturbi psichici, di problemi relazionali, degli effetti traumatici di un evento, dei disturbi della personalità. Se lo Psicoterapeuta è specializzato in età infantile, può trattare i disturbi dello sviluppo del bambino e può aiutare gli adulti che si occupano di lui attraverso un percorso di sostegno alla genitorialità. Essendoci diversi indirizzi, ogni Psicoterapeuta pone maggiore attenzione ad alcuni specifici aspetti del problema presentato e della persona che ne soffre, utilizza specifici metodi di indagine durante la seduta e ricorre a specifiche tecniche di cura, creando quindi una evidente diversità di trattamento a seconda della formazione personale. Sulla base di tanta diversità è difficile, se non impossibile, sostenere che un approccio psicoterapeutico sia migliore di un altro. Esistono però delle indicazioni, condivise dall’APA (American Psychiatric Association), per cui alcuni indirizzi sono maggiormente indicati di altri per trattare e curare i diversi disturbi psichici. Gli approcci psicoterapeutici sono diventati veramente numerosi; tra tutti riportiamo una breve descrizione della terapia che conosciamo meglio, ossia quella cognitivo – comportamentale, che poi riprenderemo nello specifico nelle prossime pubblicazioni. Questa terapia aiuta il paziente a comprendere il suo disagio emotivo attraverso la relazione tra pensieri – emozioni – comportamenti provati nel momento presente; in particolare pone l’attenzione al modo distorto in cui la persona legge gli eventi e le circostanze della propria vita, in modo da aiutarla a farne una lettura più adeguata ed attenuarne la sofferenza legata a queste distorsioni. Questo approccio prevede l’uso di diari (sui quali riportare eventi, pensieri, emozioni e comportamenti), di alcune tecniche di esposizione agli oggetti o alle situazioni temute dalla persona, di esercizi di rilassamento (per ridurre ad esempio i sintomi ansiosi) e di veri e propri training (allenamenti) per poter apprendere o migliorare quelle abilità assenti o carenti, al fine di accrescere il benessere personale dell’individuo. Pur facendo alcuni riferimenti ai trascorsi della persona (per comprenderne meglio alcune dinamiche soggettive), questo approccio terapeutico non ha l’aspettativa obbligata di individuare e risolvere alcuni “conflitti” passati, per poter raggiungere degli obiettivi attuali; anzi, in alcuni casi, si aiuta il paziente a raggiungere una certa accettazione di ciò che è stato, in modo che possa procedere nel suo percorso presente. In questo senso può risultare prezioso associare la mindfulness (ossia la capacità di porre l’attenzione al momento presente, per poter imparare a viverlo appieno) ai colloqui cognitivo – comportamentali. Questo approccio prevede dei colloqui con cadenza settimanale (che può diventare quindicinale con il procedere del trattamento e in base ai miglioramenti del paziente) e i protocolli per i diversi disturbi stabiliscono una durata approssimativa specifica (che può cambiare anche a seconda delle diversità di ogni persona).

Altri indirizzi psicoterapeutici sono: psicoanalitico; cognitivo – costruttivista; sistemico – familiare; sistemico – relazionale; bioenergetico; biosistemico; strategico; centrato sul cliente; basato sull’ipnosi. Ognuno ha le proprie peculiarità e si differenzia dagli altri per modello teorico di riferimento, modalità di indagare il problema, obiettivi terapeutici e tecniche per raggiungerli.

Lo Psicanalista segue i principi teorici proposti da Sigmund Freud, con alcune variabili apportate dai suoi successori (Jung, Adler) a seconda dello specifico indirizzo psicoanalitico scelto. La Psicanalisi pone la sua attenzione allo sviluppo psicosessuale della persona, ai propri conflitti interni (che vanno affrontati e risolti durante il percorso di analisi), alla distinzione tra conscio ed inconscio, alla diversità tra Es, Io e Super-Io e ai meccanismi di difesa messi in atto. Durante un percorso di psicoanalisi (che prevede una frequenza di più volte a settimana e può durare anche diversi anni), il paziente viene aiutato a ripercorrere e a ricostruire (attraverso il racconto di sogni, libere associazioni, dimenticanze di oggetti o appuntamenti, ecc..) le esperienze infantili dimenticate, in modo da comprendere come queste hanno determinato la sofferenza psichica attuale della persona. Inoltre l’analista accompagna il paziente ad osservare come il rapporto che instaura con lui possa essere simile al rapporto instaurato in passato con alcune figure significative (attraverso ciò che viene chiamato transfert e controtransfert) e lo aiuta nel riconoscere i propri meccanismi di difesa, ossia quelle distorsioni percettive su di se, sugli altri e sul mondo, messi in atto per proteggersi da alcune idee o consapevolezze che generano sofferenza.

Lo Psichiatra è un laureato in Medicina, iscritto all’Ordine dei Medici, dopo il superamento dell’Esame di Stato e specializzato in Psichiatria. Lo Psichiatra si occupa dei disturbi psichici attraverso l’uso della terapia farmacologica. Spesso Psicoterapeuta e Psichiatra si ritrovano a collaborare per la cura della stessa persona, uno attraverso il colloquio clinico e le specifiche tecniche psicoterapeutiche, l’altro attraverso la prescrizione, somministrazione e monitoraggio dei farmaci previsti per il disturbo. Nonostante in passato Psichiatria e Psicologia si sono spesso escluse a vicenda, con il tempo si è configurata sempre più la consapevolezza che la collaborazione tra le due è preziosa per la cura completa di alcuni pazienti. Inoltre, mentre prima lo Psichiatra si occupava solo della sfera psicotica (schizofrenia, deliri, allucinazioni), ora esistono delle linee guida che prevedono un trattamento farmacologico specifico per ogni diverso disturbo, dalla depressione, ai vari disturbi d’ansia, ai disturbi di personalità, alle dipendenza da alcool o sostanza psicoattive, ai disturbi alimentari e via dicendo per tutta la psicopatologia. Nella maggior parte dei casi, le diverse ricerche scientifiche, hanno dimostrato che l’associazione di una Psicoterapia al trattamento farmacologico migliora e mantiene sul medio/lungo periodo i risultati che vengono raggiunti.

Che rabbia - foto

                                                                                                  25 Maggio 2016

CHE RABBIA!

Nel libro Che rabbia! di Mireille D’Allancé, il protagonista è il piccolo Roberto, un bambino che ha trascorso una brutta giornata. Rientrato in casa, il padre, forse un po’ distratto o impegnato come qualunque genitore può essere, non si accorge del cattivo umore del figlio e, in malo modo, gli ordina di togliersi le scarpe. Basta questo per far scattare il bambino che risponde male al babbo e si rifiuta di mangiare gli spinaci. Il padre lo manda in camera senza cena e gli ordina di uscire solo quando si sarà calmato. Solo soletto nella sua cameretta, Roberto sente salire dentro di sé qualcosa che cresce così tanto da non riuscire ad essere più contenuta nel suo corpo e viene fuori sotto forma di una Cosa di colore rosso. La Cosa si scaglia contro oggetti, libri, mobili e giocattoli molto cari a Roberto che, ad un certo punto, dice basta; così facendo la Cosa diventa via via più piccola e il bambino decide di rinchiuderla in una scatolina e di tornare giù dal babbo per mangiare il dolce.

Il libro, adatto ai bambini dai 3 ai 5 anni, affronta la questione della rabbia, un’emozione provata spesso da grandi e piccini. Leggendo la breve storia, un bambino che è solito arrabbiarsi riesce facilmente ad identificarsi con il piccolo Roberto e, vedendo che è il protagonista stesso a provare quest’emozione, ma anche a decidere di riporla nella scatola per evitare che distrugga ciò che lui ama, può recepire che la rabbia, anche quando sembra così forte e incontrollabile, può essere gestita o espressa diversamente.

Il messaggio del libro sembra aprire un primo spiraglio di riflessione sia nel bambino, che nell’adulto che si occupa di lui, per poter capire e parlare di quelle emozioni a volte scomode e difficili come la rabbia, ma anche di tutta la sfera emotiva in generale.

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                                                                                                  10 Maggio 2016

LE EMOZIONI PRIMARIE E SECONDARIE

In psicologia si assume che esistano alcune emozioni definite primarie (o basilari) e altre, dette secondarie, che sono combinazioni delle prime.

Le emozioni primarie sono: felicità, paura, rabbia, disgusto, tristezza e sorpresa anche se il numero varia a seconda dei diversi autori da un minimo di tre a un massimo di undici.

Cosa le definisce emozioni di base? L’essere innate, presenti in tutte le culture, sembra anche negli animali superiori e avere espressioni facciali caratteristiche. Le differenze presenti poi nelle varie culture deriverebbero dai diversi modi in cui sono espresse.

Vediamo invece un esempio di emozioni secondarie:

  • gioia + rabbia = orgoglio
  • paura + sorpresa = allarme
  • tristezza + disgusto = vergogna
  • disgusto + rabbia = disprezzo
  • gioia + paura = colpa

 

Si potrebbe andare avanti ancora perchè ogni lingua contiene numerossisimi vocaboli che si riferiscono al mondo affettivo.

 

coppia

                                                                                                  21 Aprile  2016

LA COPPIA CHE SCOPPIA

In una relazione di coppia, anche quando i sentimenti sono profondi e consolidati, possono esserci incomprensioni e conflitti tra i due partner. Il conflitto nasce quando i due partner si trovano su posizioni discordanti, per motivi di natura diversa.

Vediamo alcuni fattori che possono portare al generarsi di difficoltà all’interno della coppia, tanto da minarne la stabilita:

  • Pensieri e interpretazioni di tipo negativoa volte le aspettative di un partner non corrispondono ai comportamenti dell’altro. Facciamo un esempio: Matilde ha avuto una promozione sul lavoro e, una volta a casa, lo racconta con entusiasmo a Paolo. Lui, che ha discusso tutto il giorno con il suo responsabile, è taciturno e non manifesta particolare interesse nei confronti della notizia di Matilde, la quale, vedendolo distaccato, pensa “Il solito egoista: pensa solo agli affari suoi e mi considera una nullità! Lo detesto!”, si rattrista e così si crea un circolo vizioso alimentato dalle interpretazioni errate
  • Passaggio dall’idealizzazione alla svalutazioneall’inizio di una relazione, c’è una fase di idealizzazione del partner, ossia la persona scelta appare perfetta e priva di difetti. Con il tempo, più si conosce davvero l’altro, più questo diventa “reale”, con tutte le sue caratteristiche, i suoi pregi, ma anche i suoi difetti. Se questo passaggio è graduale e ciò che si trova nella persona amata non è poi così lontano dai propri desideri e bisogni, la relazione cresce e va avanti, nonostante diversità e difficoltà. A volte però questo senso di delusione porta a svalutare così tanto l’altro da non riuscire a riconoscerlo più come il partner che si era scelto e ciò può generare delle disgregazioni profonde nel rapporto
  • Prospettive rigide – durante una relazione, ci costruiamo un’immagine dell’altro sulla base dei suoi comportamenti, abitudini, preferenze e tutto ciò che lo caratterizza. Tuttavia, nel corso del rapporto, il partner può sperimentare dei cambiamenti personali che possono essere non essere capiti da chi gli sta di fianco. Facciamo un esempio: Marco è sempre stato molto dedito al lavoro e alla carriera, trascurando spesso diversi momenti di vita di coppia con Elena, la quale, dopo diverse richieste, lo minaccia di rompere la loro storia. Innamorato di Elena e spaventato dall’idea di perderla, Marco intraprende un percorso di psicoterapia per farsi aiutare a gestire meglio la sua dedizione estrema verso il lavoro e, con il tempo, riesce a ridimensionare ciò, per dedicarsi maggiormente alla compagna. Elena, convinta che Marco ami la sua carriera più di tutto, è diffidente e critica, anche quando lui si impegna per esserci di più. Marco è deluso da Elena, si arrabbia, litigano e torna a dedicarsi al lavoro che gli ha sempre dato molte soddisfazioni. In questo modo. Elena ha mostrato una prospettiva chiusa, rigida e non ha lasciato né a Marco, né a se stessa la possibilità di sperimentare un cambiamento dal quale, forse, ne avrebbero giovato entrambi
  • Regole e aspettative rigide – all’interno di una relazione, spesso ognuno si costruisce delle regole rispetto a come ci si aspetta che debba comportarsi il partner; ad esempio “Se il mio compagno mi amasse davvero, soddisferebbe le mie esigenze senza che io glielo dovessi chiedere”. In questo modo, non esplicitando ciò di cui si ha bisogno, le proprie esigenze possono rimanere eluse e non soddisfatte, ciò genera frustrazione e rabbia che può essere riversata sul partner con accuse, insulti e liti.
  • Difficoltà di comunicazione – molte delle difficoltà nella coppia derivano da una comunicazione quotidiana carente o assente, che porta a malintesi, astio o frustrazioni reciproche. Capita spesso che, più o meno consapevolmente, si creano degli argomenti “tabù”, dei quali si pensa sia meglio non parlare (come ad esempio difficoltà sessuali, emozioni suscitate dall’altro, bisogni e desideri personali non soddisfatti): in questo modo, oltre a non riuscire a trovare una soluzione a problemi ed insoddisfazioni, ciò aumenta il senso di distacco tra i partner e ne risente la loro conoscenza reciproca.
  • Distorsioni cognitive – a generare ulteriori conflitti, possono contribuire le distorsioni cognitive, ossia quelle modalità errate con le quali solitamente si tende ad interpretare la realtà. Una delle più frequenti è la lettura del pensiero, ovvero pensare di conoscere ed interpretare i pensieri dell’altro oppure aspettarsi che l’altro sia in grado di fare lo stesso; un’altra distorsione cognitiva è il pensiero polarizzato, caratterizzato dall’idea o tutto o nulla (“O smette di vedere le amiche tutti i venerdì sera, o la lascio!”); la visione a tunnel è invece la tendenza a cercare tutti quegli elementi che confermano ciò che si pensa, anche se si tratta di aspetti insignificanti rispetto al resto
  • Errori di pensiero – spesso la relazione viene costruita sulla base di alcune (false) credenze rispetto alla felicità a due. Tra queste per esempio ci sono “Non è necessario comunicare le aspettative”, “Il matrimonio non dovrebbe costare fatica”, “I conflitti e il disaccordo devono essere evitati”, “Il sottolineare i difetti del mio partner, lo aiuterà a cambiare”

I conflitti fanno parte di una relazione di coppia ed esistono diversi modi per imparare a gestirli adeguatamente, senza far scoppiare il rapporto.

Quando non si è in grado di risolvere le difficoltà insieme, ma la motivazione a mantenere la relazione è ancora un obiettivo di entrambi i partner, intraprendere un percorso terapeutico può essere d’aiuto. L’aiuto di una persona esterna che permette ad entrambi i membri di trovare lo spazio, il modo e il tempo di esprimere le difficoltà che si incontrano quotidianamente, che offre un punto di vista differente, che aiuta nella riflessione e nell’indicare quelle che possono essere delle nuove modalità di gestione dei problemi aiuta spesso a risolvere le incomprensioni e i conflitti che si sono andati ad instaurare tra due persone che si amano.

 

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                                                                                                 15 Aprile 2016

LA TERAPIA COGNITIVA COMPORTAMENTALE COME TRATTAMENTO DI ELEZIONE

 

L’American Ppsychiatric Association (APA) consiglia per il trattamento dei disturbi psichici l’impiego della terapia Cognitivo Comportamentale (CBT). Nella tabella è indicato il relativo livello di raccomandazione. I livelli di raccomandazione sono tre:

  • [I] trattamento raccomandato con solida fiducia clinica;
  • [II] trattamento raccomandato con moderata fiducia clinica;
  • [III] trattamento che può essere raccomandato sulla base delle circostanze individuali.

 

 

 

Disturbo

 

Fonte

 

 

Livello di raccomandazione per l’impiego della CBT

Abuso di sostanze

(nicotina, alcool, cocaina, oppiacei)

Practice Guideline 2006

Guideline Watch 2007

I scelta associata ai farmaci
Comportamenti Suicidari Practice Guideline 2003 II scelta (per pazienti con depressione maggiore) associata ai farmaci
Depressione Maggiore Practice Guideline 2000

Guideline Watch 2005

I scelta con o senza associazione di farmaci
Disturbi Alimentari Practice Guideline 2006 I scelta (per bulimia nervosa o disturbo da alimentazione incontrollata)

II scelta (per adulti con anoressia nervosa che hanno ripreso peso)

Disturbo Bipolare Practice Guideline 2002

Guideline Watch 2005

II scelta associata ai farmaci
Disturbo Borderline di personalità Practice Guideline 2001

Guideline Watch 2005

II scelta associata ai farmaci
Disturbo da stress acuto

e

Disturbo da stress post-traumatico

Practice Guideline 2004 I scelta (per disturbo da stress post-traumatico)

II scelta (per disturbo da stress acuto) con o senza associazione di farmaci

Disturbo di Panico Practice Guideline 1998

Guideline Watch 2006

I scelta con o senza associazione di farmaci
Disturbo Ossessivo Compulsivo Practice Guideline 2007 I scelta con o senza associazione di farmaci
HIV/AIDS Guideline Watch 2006 II scelta associata ai farmaci
Schizofrenia Practice Guideline 2004 II scelta (fase di stabilizzazione e fase stabile) associata ai farmaci
Snoopy

                                                                                                   29 Marzo 2016

COSA FARE QUANDO CI SI SENTE A TERRA

Quasi tutti sperimentiamo delle flessioni del tono dell’umore, giorni in cui non ci va di fare assolutamente nulla, il pianto ci accompagna in ogni momento e la giornata sembra non passare mai. Sebbene non si possa parlare di depressione maggiore, le sensazioni che si provano sono così brutte e fastidiose che vorremmo liberarcene al più presto…

Ci sono alcuni accorgimenti che si possono mettere in atto per provare a risollevare il nostro umore.

Partiamo dall’alimentazione, alcuni cibi aiutano a mantenere “in forma” il nostro cervello poiché ci forniscono alcune sostanze necessarie a un buon funzionamento delle cellule cerebrali. Vediamone alcuni:

– per ottenere acidi grassi omega 3 il consiglio è di mangiare pesci grassi (salmone, tonno,sardine, ecc.), noci, olio di semi di lino, tuorlo d’uovo;

– la vitamina B si trova nelle banane, nei frutti di mare, nella crusca, nelle verdure a foglia verde e nella carne rossa;

– lenticchie, spinaci, broccoli, fagioli cotti e avocado sono invece ricchi di acido folico;

– lo zinco si ottiene mangiando carne di manzo magra cotta, germe di grano tostato, spinaci, semi di zucca e cioccolato fondente;

– il magnesio si può rintracciare nella soia, nelle lenticchie, nei cereali integrali, nei latticini a basso contenuto di grassi e nella frutta secca;

– per procurarsi buone quantità di vitamina D anche nei mesi invernali la cosa migliore è mangiare pesce grasso, funghi portobello, olio di fegato di merluzzo e tofu;

– è possibile trovare lo iodio nei formaggi, nel sale arricchito con iodio, nelle alghe secche, nelle patate, nei mirtilli, nel tonno in scatola e nei gamberetti;

– infine grandi fonti di ferro sono cozze, vongole, noci, semi di zucca, prodotti di soia, fegato di pollo e frutta secca come anacardi e mandorle.

Anche praticare una leggera attività motoria tutti i giorni, possibilmente all’aria aperta, aiuta a sentirsi meglio grazie al rilascio di endorfine, al miglioramento dell’autostima, all’incremento dell’abilità di gestione delle situazioni stressogene e alla miglior conoscenza del proprio corpo.

L’attività consigliata per vedere dei risultati sul proprio umore e quella di camminare circa 30 minuti al giorno, possibilmente all’aria aperta in mezzo al verde e se fosse possibile anche in compagnia. Alcuni studi hanno infatti evidenziato come coloro che seguivano queste indicazioni avevano una diminuzione significativa dei sintomi depressivi.

Infine poiché i pensieri negativi influenzano negativamente il nostro umore, coltivando i pensieri positivi probabilmente si aumenterà il pensiero positivo. Esiste un simpatico esercizio che può essere fatto a casa da ognuno di noi. Non vuole essere risolutivo per persone che hanno pensieri ricorrenti e fastidiosamente instrusivi, per i quali la cosa migliore rimane sempre quella di rivolgersi a uno specialista. Questo esercizio vuole essere un semplice consiglio di pratica quotidiana da mettere in atto proprio come si farebbe con l’attività fisica o il seguire buone regole a tavola.

Vediamolo: tieni un quadernino e una penna sul comodino. Prima di andare a dormire annota tre cose che ti sono capitate durante la giornata e per cui sei grato/a; non devono essere eventi straordinari, anzi. Molto spesso durante il giorno ci capitano cose davvero belle, cose che ci fanno sorridere ma che, presi dalla quotidianità, non ci accorgiamo nemmeno che capitino. Trova qualche minuto la sera per annotarle: la telefonata di un amico, una brioche al bar, le scarpe nuove sono comode e calde, cose piccole che però ti hanno reso felice anche per un istante. La mattina dopo, al risveglio, rileggile prima di iniziare la giornata. Prova a farlo per qualche settimana e il tuo umore migliorerà.

Altalena ballerina

                                                                                                     9 Marzo 2016

VIOLENZA CONTRO LE DONNE

La violenza di genere può colpire qualsiasi donna e può procurare ferite e traumi anche psicologici profondamente dolorosi sia per la donna stessa, che per i figli (se presenti).

Che sia fisica (schiaffi, pugni, spintoni, soffocamento, uso di armi da taglio o da fuoco), sessuale (imposizione di pratiche o di rapporti sessuali non desiderati o dolorosi, ottenuti con la forza o minacce), economica (uso delle finanze limitato o negato, nascondere la situazione patrimoniale o il reddito, impedire alla donna di lavorare, sfruttarla lavorativamente senza retribuirla, spendere i suoi guadagni senza il suo consenso) o psicologica (offese, molestie verbali, insulti, isolamento, gelosia, minacce di abbandono, di aggressione o di morte sua o dei propri cari, privazione di oggetti per lei importanti, violenza su figli e animali a lei cari) la violenza presenta un suo ciclo: lo scopo è quello di dominare e sottomettere la partner, facendola sentire debole, inadeguata, impotente, incapace e totalmente dipendente dal compagno che la maltratta. Questo ciclo prevede che il partner alterni episodi di isolamento, offese, minacce, manipolazioni, aggressioni fisiche, psicologiche o sessuali, a momenti di calma apparente, con richieste di perdono e tentativi di riappacificazione. Ciò confonde la donna, che può arrivare a sentirsi paralizzata e profondamente in colpa nel momento in cui vorrebbe decidere di interrompere la relazione con il partner violento. Spesso quindi decide di rimanere con lui, ma solitamente il ciclo si ripete e il rischio di altri maltrattamenti o di morte si mantiene o aumenta.

La violenza episodica o ripetuta e perpetrata compromette gravemente la salute fisica e psicologica della donna che la subisce, come succede per molti eventi traumatici. Nello specifico possono presentarsi:

  • Depressione
  • Attacchi d’ansia o di panico
  • Paure specifiche (come ad esempio del buio, dei luoghi chiusi, della vicinanza di altre persone)
  • Insonnia, risvegli notturni, incubi ricorrenti
  • Calo dell’autostima (sia come donna, che come mamma, se si hanno figli)
  • Diarrea, stitichezza, nausea, sindrome del color irritabile
  • Mancanza di appetito, bulimia, vomito auto-indotto
  • Dolori di stomaco, gastrite, ulcere
  • Infezioni urinarie, infezioni vaginali
  • Malattie sessualmente trasmissibili
  • Aids
  • Sanguinamenti vaginali, dolori mestruali intensi
  • Dolori pelvici
  • Rapporti dolorosi, mancanza di desiderio sessuale
  • Fibromi e isterectomie
  • Cefalee, emicranie
  • Svenimenti, convulsioni
  • Mal di schiena
  • Dolori cronici a diverse parti del corpo
  • Artrite
  • Ipertensione
  • Disfunzioni della tiroide
  • Qualsiasi tipo di lesione: contusioni, ematomi, fratture, danni oculari, rottura del timpano, ferite da taglio, bruciature, trauma cranico, lesioni addominali

In condizioni di sofferenza così intensa può risultare difficile riuscire a trovare la forza per affrontare tutto da sole. È necessario chiedere aiuto, non solo per allontanarsi dalla situazione pericolosa, ma anche per riuscire a riconoscerla prima, e capire ed accettare poi che non si hanno colpe e che si può reagire anche quando sembra che non ci siano vie d’uscita. L’aiuto di un medico, per alleviare tutte le forme di malessere fisico e di un terapeuta che conosce queste situazioni e può aiutare la donna sia nel riconoscere i comportamenti sbagliati del partner, senza giustificarlo, sia nel sostenerla ed incoraggiarla ad affrontare l’uscita dalla violenza, è spesso il primo passo verso un percorso di riappropriazione della propria vita.

Donne che amano troppo - Immagine

                                                                                                             8 Marzo 2016

DONNE CHE AMANO TROPPO

“Invece di una donna che ama qualcun altro tanto da soffrirne, voglio essere una donna che ama abbastanza se stessa da non voler più soffrire”

“Donne che amano troppo” è un libro scritto negli anni 70 dalla psicologa americana Robin Norwood, aprendo una discussione, tra professionisti del settore, sulla questione della dipendenza affettiva.

Alcune donne, pur rendendosi conto che il proprio partner non è adeguato per accompagnarle nel raggiungere il proprio benessere e nel salvaguardare la propria serenità, non riescono a liberarsene. E, mentre continuano a sperare che lui cambi e diventi ciò che loro desiderano per sentirsi amate ed essere felici, finiscono con il farsi coinvolgere, sempre più profondamente, in un meccanismo di dipendenza o assuefazione. Ma perchè a volte amare diventa “amare troppo”? Il libro “Donne che amano troppo” presenta una casistica nella quale vengono individuati alcuni motivi per cui molte donne si innamorano dell’uomo “sbagliato” e spendono inutilmente tante energie per tentare di cambiarlo ed offre un possibile percorso per raggiungere la consapevolezza dei propri bisogni più intimi, cercando di riconoscerli e rispettarli con maggiore amor proprio.

 

doc libro

16 Febbraio 2016

DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

Quando si soffre di un disturbo psichico, a volte, i colloqui di psicoterapia possono non essere del tutto esaustivi, ma venire a sapere che non si è gli unici a soffrire di tale disturbo e ritrovare i propri sintomi elencati e ben spiegati, aiuta a sentirsi meno disperati. Questo è uno dei motivi per cui vengono scritti libri di auto aiuto, rivolti a coloro che soffrono di un disturbo e alle persone a loro più vicine.
“Vincere le ossessioni” di Gabriele Melli rientra in questa categoria ed è specifico per il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC).
Il testo si divide in 3 parti: la prima comprende le definizioni scientifiche del DOC e i modelli teorici sui quali si basano le terapie attualmente previste; la seconda riassume il programma di trattamento più efficace per il disturbo; la terza è soprattutto rivolta ai familiari della persona affetta da DOC.
Il libro, chiaro e ricco di preziose indicazioni, può essere un importante aiuto per quei pazienti che, durante un percorso di psicoterapia, vogliono approfondire la conoscenza del loro disturbo.